martedì 24 gennaio 2017

LA FUNZIONE PEDAGOGICA E SPIRITUALE DEI SALMI IMPRECATORI


LA FUNZIONE PEDAGOGICA E SPIRITUALE DEI SALMI IMPRECATORI

2014 P. Augusto Drago

Cominciamo da una domanda: come possono i cristiani pregare con i Salmi di imprecazione, pieni di sentimenti di odio e di vendetta nei confronti dei nemici? La risposta a questa domanda, dipende dal modo di collocarsi di fronte ad essi. 
C’è infatti una pedagogia di preghiera che questi Salmi vogliono insegnarci. Il luogo ufficiale, stabilito propriamente per la recita dei Salmi, era il Tempio, dove il pio Israelita incontrava il “Volto di Dio”. Affermare di volere andare al Tempio, equivaleva a dire “’al Panaj”, cioè andare alla presenza del Signore. 
Se dunque il Salmista, che aveva subìto delle ingiustizie dagli altri, e provava, per questo, sentimenti di odio e di vendetta, andava al Tempio a pregare, in realtà che cosa stava facendo? Stava semplicemente raccontando e consegnando a Dio, senza pudore o vergogna, i sentimenti negativi del suo cuore. Ed ecco la pedagogia di questi Salmi. 
Se provassimo anche noi, quando veniamo assaliti dai medesimi sentimenti, a raccontare a Dio, senza vergogna, ciò che proviamo nel cuore e ciò che vorremmo fare per desiderio di vendetta, sarebbe uno sfogo di cui Dio, che conosce e scruta il cuore dell’uomo, non si scandalizzerebbe affatto, anche perché, consegnando a Lui i nostri desideri di vendetta, rinunciamo ad attuarli e rimettiamo a Lui ogni giudizio. Sono con il cuore pieno di amarezza? Lo racconto a Dio. L’amarezza mi porta a desiderare la vendetta? Lo racconto a Dio. Gli ripeto, così come sono, con il linguaggio che ho nel cuore, ciò che vorrei fare. Sento salire dal cuore alla mente parole di tremendo rancore? Le ripeto a Dio, senza falsi pudori. Insomma, mi presento dinanzi al suo Volto con il mio volto imbrattato di tutti i pensieri negativi che lo attraversano. Parlo a Lui come ad un confidente amico. E così parlando, il mio cuore affida a Lui la mia causa. La preghiera salmica diviene come un’apertura del cuore, dove esso mette a nudo tutti i suoi pensieri, senza falsi pudori, ben sapendo che, proprio ritraducendo i miei sentimenti in preghiera, consegno a Dio la mia causa. Lui e solo Lui mi renderà giustizia contro i miei avversari, e lo farà a “modo suo”: perdonando e salvando! Dio infatti non si vendica secondo i nostri sentimenti umani. Quando gli uomini uccisero il suo Diletto Figlio, Egli si è “vendicato”, secondo la sua legge che è l’amore. “Dio ha tanto amato il mondo, da dare il Figlio Unigenito, perché chiunque crede in Lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Giovanni, 3,16). Ecco la “vendetta” di Dio. Quando nei Salmi incontriamo delle imprecazioni, saremmo ben poco cristiani, se le indirizzassimo alle persone, ma saremmo anche ben poco cristiani, anche se pensassimo che tali vendette sono vendette al modo umano. La preghiera di questi Salmi vuole essere uno sfogo, quasi come una confessione fatta a Dio, dei nostri cattivi pensieri. Dio li ascolta, come un buon Padre “confessore” e ci dice che abbiamo fatto bene a raccontargli tutto: così facendo, infatti, Gli abbiamo permesso di svuotare il nostro cuore, di pacificarlo e di compiere un atto di completa fiducia in Lui: Egli saprà bene che fare con i nostri nemici. Questi Salmi allora, sia pure con un linguaggio violento - peraltro proprio delle culture antiche - , altro non chiedono a Dio se non la grazia della pace e del perdono. Essi ci insegnano a pregare non solo “per” ma “con”. Essi ci inducono alla preghiera, non per rimuovere i pensieri, ma ci fanno pregare “con” questi pensieri, avendo la semplicità e la schiettezza che solo i poveri conoscono. Pregare “per” i nostri pensieri, alle volte, ci può indurre a cadere nell’illusione di pensare che Dio ci abbia tolto tutto il male che è nel cuore, mentre in realtà lo abbiamo solo rimosso, pronti a farlo riemergere alla prima occasione. Pregare “con”, invece, ci induce a sfogarci con Dio, Padre buono, e lo sfogo produce la grazia dello svuotamento interiore. Dio prende sul serio il peccato, lo punisce, ma a suo modo: secondo la legge dell’amore. I Salmi della vendetta e dell’imprecazione sono rischiarati dal quarto canto del “Servo sofferente” (Isaia 53). “ Noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio ed umiliato…” (53, 4/b). Il “Servo” portava i dolori e le sofferenze della vendetta di Dio chiesta nei Salmi, per i nemici di Dio. Era Lui, il Servo, ad essere trafitto per i nostri peccati, Egli che aveva offerto se stesso in espiazione, e a Dio piacque prostrarlo con dolori. Egli portò la punizione di molti e così intercedette per i nemici di Dio fino a giustificarli. Il Servo è Gesù. I Salmi imprecatori dicono: Trattali come colpevoli, e Dio ha trattato come colpevole suo Figlio. I Salmi imprecatori dicono: Gli empi vadano agli inferi! E Dio ha mandato suo Figlio Gesù allo Sheol. I Salmi di imprecazione dicono: Toglili dalla terra dei vivi! E Dio ha tolto dalla terra dei vivi il Suo Figlio, Gesù. I Salmi imprecatori dicono: I peccatori siano coperti di insulti e di infamia. E Gesù ha preso l’insulto su di sé e si è caricato della vergogna invocata sui nemici di Dio. Mistero dell’Amore di Dio! Ecco, alla fine, cosa nascondono, nel loro profondo, questi Salmi! Le vendette invocate ricadono su Gesù ed Egli le subisce nella perfetta Volontà di salvezza del Padre. I Salmi imprecatori ci insegnano, con il loro linguaggio duro ed aspro, che Dio agisce nella vendetta, ma agisce sempre con molto amore, amandoci sino alla fine: essi ci inducono a volgere lo sguardo verso Colui che abbiamo trafitto (Giovanni 19, 37).

lunedì 23 gennaio 2017

HAI MESSO SULLA MIA BOCCA UN CANTO NUOVO (sulla preghiera)


HAI MESSO SULLA MIA BOCCA UN CANTO NUOVO

(stralcio, continua con la: formazione, suddivisione, generi letterari)

Pregare i Salmi con Israele, con Gesù, con il nostro tempo.

1  Due racconti per cominciare.

Il Taglialegna
Un giorno venne, dal monaco Bruno, un uomo che nella vita aveva molti impegni anche se nel suo cuore coltivava il desiderio di dedicarsi alla preghiera senza riuscirci, appunto, per i molti impegni. Allora Bruno raccontò questo aneddoto: <Un taglialegna stremato di fatica continuava a sprecare tempo ed energia tagliando legna con una accetta spuntata, perchè diceva di non avere il tempo per fermarsi ad affilare la lama>.Da quel giorno, l'uomo dai molti impegni si alzò sempre un quarto d'ora prima per "affilare la lama". E alla sera, effettivamente, era meno stanco di prima.

 Il menù non sazia
Ad alcuni hassidim, che avevano studiato la santa Toràh, Rabbi Baal Sem disse: <Io vi ho spiegato la carta con l'elenco della portate. Spero che nessuno creda così di aver già mangiato. Un menù, per quanto utile, non è buono da mangiare>. Gli hassidim si prostrarono in preghiera.

PREGARE E CAPIRE I SALMI.
L’accostamento ai Salmi può essere fatto da molte angolature…Come davanti ad una pagnotta: normalmente ci buttiamo sopra al pane per consumarlo; è logico perché il pane è fatto non per essere contemplato e riverito, ma per essere mangiato. Ma non guasterebbe, una volta, almeno una sola volta nella vita, fermare la mano rapinatrice che scatta per catturarlo e la bocca affamata che si avventa per triturarlo: e contemplare in quella pagnotta il seme da cui è nato, il terreno che lo ha accolto e gli ha donato sali e umore, la mano di quel contadino che l’ha seminato, le stagioni che lo hanno custodito e cresciuto, quell’anonimo signore che lo ha polverizzato in farina, quel rozzo camionista che lo ha trasportato, quella gentile signora che ce lo ha venduto, il nostro lavoro che ci ha permesso di acquistarlo…e quel Dio Santo che ce lo ha donato incompiuto perché fosse anche frutto della terra e del nostro lavoro. Così per i Salmi che spesso divoriamo nella recita o nel canto; senza riservare a loro, una volta, almeno una volta nella vita, quello sguardo dolce e penetrante che ci fa godere della loro storia, delle loro passioni e di tutte le bocche che li hanno mormorati, gridati, cantati.
Pregare, dunque, per capire i salmi. Ma anche capire i Salmi per pregarli. I Salmi sono usati da secoli come preghiera della Chiesa; pur riconoscendo onore alla fede dei semplici che li hanno pregati senza porsi troppe domande, bisogna ammettere, con fedeltà alla logica della incarnazione, che sono preghiere composte in altri tempi, in circostanze e culture diverse dalle nostre.

 LO CHOC DELLA VITA TRA BISOGNI, PERPLESSITA’ E STUPORI.
 La nostra storia la scopriamo come storia di desiderio. L'uomo è tale quando è desiderante. Nella preghiera del Padre nostro e dei Salmi, i nostri desideri coincidono con quelli di Dio. Nella nostra preghiera di domanda di solito chiediamo secondo i nostri interessi. Nella preghiera del Padre Nostro e dei Salmi si desiderano le cose di Dio, di fatto si desidera Lui.  Succede come nell'amore: non desidero le tue cose ma Te. 
La preghiera non è il primo atto che  l'uomo compie; prima dell'orazione di solito esiste uno choc esistenziale e solo dopo sorge l'invocazione, il ringraziamento. Quale choc esistenziale sta alla base del Padre Nostro e dei salmi? (Es Salmi 38, 69, 71).  Il mondo ha le vene aperte e perde sangue. La creazione geme (Rom 8,22). Ogni società ha i suoi massacri, i suoi martiri,  i suoi crimini collettivi. Il mio essere soffre " Sono uno sventurato. Chi mi libererà?"(Romani 7,24). I contraccolpi della vita non ricadono solo sulle società, ma lacerano anche il cuore dell'uomo:"Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio"(Rom. 7,19). La vita quotidiana non sfugge all'enigma, all'assurdo e alle nostre cattiverie. 
"La creazione attende con impazienza"(Rom. 8,19): di fronte alle assurdità collettive e personali si possono assumere 3 atteggiamenti: rivolta, rassegnazione, speranza. Il Padre Nostro e i Salmi sono la preghiera di chi ha capito ed assimilato la rivelazione dell'Apocalisse: questo tempo è il tempo intermedio di crisi, di tentazioni, di decisioni, Esiste una situazione di urgenza. C'è una coscienza di catastrofe imminente. Il tempo è compiuto, il Regno di Dio è qui. Dio ha deciso di intervenire per porre fine ad una situazione diabolica. Dio vuole essere l'unico Signore della storia (cfr. Apocalisse).  Mentre il Signore ha garantito che il mondo malvagio ha i giorni contati, tuttavia il giudizio tarda e poi sappiamo che non sarà, come diceva il Battista, un giudizio di condanna, ma di gioia perchè finalmente il Regno si instaurerà. 

PREGARE IN CRISTO E CON CRISTO.
La preghiera è fatta IN CRISTO. Si dice questo soprattutto della preghiera liturgica, ma anche ogni preghiera personale è fatta IN CRISTO. Noi preghiamo in Lui e con Lui. Lutero disse: " Noi possiamo rivolgerci al cielo di Dio solo salendo sulla pelle e sulle spalle di Cristo". Il Padre nostro e i Salmi rappresentano la corretta relazione tra Dio e l'uomo, tra cielo e terra, tra religioso e politico. In queste preghiere la causa di Dio è fatta propria dall'uomo la causa dell'uomo è presa a cuore da Dio. Ciò che Dio ha unito, nessuno separi!

 IL PADRE NOSTRO E I SALMI.
Gesù ha pregato i salmi; quando prego un salmo, sono certo che anche Gesù lo ha pregato  raccogliendo in esso tutta la storia del suo popolo e tutti i gemiti e le lodi che sarebbero venute dopo di Lui. Tuttavia i discepoli del Signore un giorno si sono sentiti dire da Lui: " Quando pregate, dite PADRE NOSTRO...". La preghiera del "Padre nostro" diventa dunque normativa ed è più che una formula.
Più che PREGARE IL PADRE NOSTRO bisognerebbe PREGARE SECONDO IL PADRE NOSTRO che è l'unità di misura di ogni altra preghiera.  Più che una preghiera, è una scuola di preghiera. Il Padre Nostro non è l'insegnamento di una formula, ma è l'educazione ad un ATTEGGIAMENTO. Il Padre Nostro non cita direttamente i salmi, ma non c’è una frase o una parola, che non si ritrovi nei salmi. S.Agostino ha detto che il Padre nostro è il Battesimo quotidiano. Tertulliano ha detto che il Padre nostro è la somma di tutto il Vangelo (Breviarium totius evangelii).
"Signore, insegnaci a pregare". Insegnaci il senso della nostra preghiera. La crisi della preghiera rivela la crisi di fede. A volte anche la crisi della nostra responsabilità nella storia.

The Conversion of Saint Paul' (attributed to Jan I van Rillaer)

BENEDETTO XVI UDIENZA GENERALE - LA PREGHIERA NELLE LETTERE DI SAN PAOLO


25 GENNAIO, CONVERSIONE DI SAN PAOLO

BENEDETTO XVI UDIENZA GENERALE - LA PREGHIERA NELLE LETTERE DI SAN PAOLO

Piazza San Pietro Mercoledì, 16 Maggio 2012

Cari fratelli e sorelle, 

nelle ultime catechesi abbiamo riflettuto sulla preghiera negli Atti degli Apostoli, oggi vorrei iniziare a parlare della preghiera nelle Lettere di san Paolo, l’Apostolo delle genti. Anzitutto vorrei notare come non sia un caso che le sue Lettere siano introdotte e si chiudano con espressioni di preghiera: all’inizio ringraziamento e lode, e alla fine augurio affinché la grazia di Dio guidi il cammino delle comunità a cui è indirizzato lo scritto. Tra la formula di apertura: «ringrazio il mio Dio per mezzo di Gesù Cristo» (Rm 1,8), e l’augurio finale: la «grazia del Signore Gesù Cristo sia con tutti voi» (1Cor 16,23), si sviluppano i contenuti delle Lettere dell’Apostolo. Quella di san Paolo è una preghiera che si manifesta in una grande ricchezza di forme che vanno dal ringraziamento alla benedizione, dalla lode alla richiesta e all’intercessione, dall’inno alla supplica: una varietà di espressioni che dimostra come la preghiera coinvolga e penetri tutte le situazioni della vita, sia quelle personali, sia quelle delle comunità a cui si rivolge.
Un primo elemento che l’Apostolo vuole farci comprendere è che la preghiera non deve essere vista come una semplice opera buona compiuta da noi verso Dio, una nostra azione. E’ anzitutto un dono, frutto della presenza viva, vivificante del Padre e di Gesù Cristo in noi. Nella Lettera ai Romani scrive: «Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza: non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili» (8,26). E sappiamo come è vero quanto dice l'Apostolo: «Non sappiamo come pregare in modo conveniente». Vogliamo pregare, ma Dio è lontano, non abbiamo le parole, il linguaggio, per parlare con Dio, neppure il pensiero. Solo possiamo aprirci, mettere il nostro tempo a disposizione di Dio, aspettare che Lui ci aiuti ad entrare nel vero dialogo. L'Apostolo dice: proprio questa mancanza di parole, questa assenza di parole, eppure questo desiderio di entrare in contatto con Dio, è preghiera che lo Spirito Santo non solo capisce, ma porta, interpreta, presso Dio. Proprio questa nostra debolezza diventa, tramite lo Spirito Santo, vera preghiera, vero contatto con Dio. Lo Spirito Santo è quasi l'interprete che fa capire a noi stessi e a Dio che cosa vogliamo dire. 
Nella preghiera noi sperimentiamo, più che in altre dimensioni dell’esistenza, la nostra debolezza, la nostra povertà, il nostro essere creature, poiché siamo posti di fronte all’onnipotenza e alla trascendenza di Dio. E quanto più progrediamo nell’ascolto e nel dialogo con Dio, perché la preghiera diventi il respiro quotidiano della nostra anima, tanto più percepiamo ancheil senso del nostro limite, non solo davanti alle situazioni concrete di ogni giorno, ma anche nello stesso rapporto con il Signore. Cresce allora in noi il bisogno di fidarci, di affidarci sempre più a Lui; comprendiamo che «non sappiamo… come pregare in modo conveniente» (Rm 8,26). Ed è lo Spirito Santo che aiuta la nostra incapacità, illumina la nostra mente e scalda il nostro cuore, guidando il nostro rivolgerci a Dio. Per san Paolo la preghiera è soprattutto operare dello Spirito nella nostra umanità, per farsi carico della nostra debolezza e trasformarci da uomini legati alle realtà materiali in uomini spirituali. Nella Prima Lettera ai Corinti dice: «Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere ciò che Dio ci ha donato. Di queste cose noi parliamo, con parole non suggerite dalla sapienza umana, bensì insegnate dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali» (2,12-13). Con il suo abitare nella nostra fragilità umana, lo Spirito Santo ci cambia, intercede per noi, ci conduce verso le altezze di Dio (cfr Rm 8,26).
Con questa presenza dello Spirito Santo si realizza la nostra unione a Cristo, poiché si tratta dello Spirito del Figlio di Dio, nel quale siamo resi figli. San Paolo parla dello Spirito di Cristo (cfr Rm 8,9), non solo dello Spirito di Dio. E' ovvio: se Cristo è il Figlio di Dio, il suo Spirito è anche Spirito di Dio e così se lo Spirito di Dio, Spirito di Cristo, divenne già molto vicino a noi nel Figlio di Dio e Figlio dell'uomo, lo Spirito di Dio diventa anche spirito umano e ci tocca; possiamo entrare nella comunione dello Spirito. E' come se dicesse che non solamente Dio Padre si è fatto visibile nell’Incarnazione del Figlio, ma anche lo Spirito di Dio si manifesta nella vita e nell’azione di Gesù, di Gesù Cristo, che ha vissuto, è stato crocifisso, è morto e risorto. L’Apostolo ricorda che «nessuno può dire “Gesù è Signore”, se non sotto l’azione dello Spirito Santo» (1Cor 12,3). Dunque lo Spirito orienta il nostro cuore verso Gesù Cristo, in modo che «non siamo più noi a vivere, ma Cristo vive in noi» (cfr Gal 2,20). Nelle sue Catechesi sui Sacramenti, riflettendo sull’Eucaristia, sant’Ambrogio afferma: «Chi si inebria dello Spirito è radicato in Cristo» (5, 3, 17: PL 16, 450).
E vorrei adesso evidenziare tre conseguenze nella nostra vita cristiana quando lasciamo operare in noi non lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Cristo come principio interiore di tutto il nostro agire.
Anzitutto con la preghiera animata dallo Spirito siamo messi in condizione di abbandonare e superare ogni forma di paura o di schiavitù, vivendo l’autentica libertà dei figli di Dio. Senza la preghiera che alimenta ogni giorno il nostro essere in Cristo, in una intimità che cresce progressivamente, ci troviamo nella condizione descritta da san Paolo nella Lettera ai Romani: non facciamo il bene che vogliamo, bensì il male che non vogliamo (cfr Rm 7,19). E questa è l'espressione dell'alienazione dell'essere umano, della distruzione della nostra libertà, per le circostanze del nostro essere per il peccato originale: vogliamo il bene che non facciamo e facciamo ciò che non vogliamo, il male. L’Apostolo vuole far capire che non è anzitutto la nostra volontà a liberarci da queste condizioni e neppure la Legge, bensì lo Spirito Santo. E poiché «dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà» (2Cor 3,17), con la preghiera sperimentiamo la libertà donata dallo Spirito: una libertà autentica, che è libertà dal male e dal peccato per il bene e per la vita, per Dio. La libertà dello Spirito, continua san Paolo, non s’identifica mai né con il libertinaggio, né con la possibilità di fare la scelta del male, bensì con il «frutto dello Spirito che è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé» (Gal 5,22). Questa è la vera libertà: poter realmente seguire il desiderio del bene, della vera gioia, della comunione con Dio e non essere oppresso dalle circostanze che ci chiedono altre direzioni. 
Una seconda conseguenza che si verifica nella nostra vita quando lasciamo operare in noi lo Spirito di Cristo è che il rapporto stesso con Dio diventa talmente profondo da non essere intaccato da alcuna realtà o situazione. Comprendiamo allora che con la preghiera non siamo liberati dalle prove o dalle sofferenze, ma possiamo viverle in unione con Cristo, con le sue sofferenze, nella prospettiva di partecipare anche della sua gloria (cfr Rm 8,17). Molte volte, nella nostra preghiera, chiediamo a Dio di essere liberati dal male fisico e spirituale, e lo facciamo con grande fiducia. Tuttavia spesso abbiamo l’impressione di non essere ascoltati e allora rischiamo di scoraggiarci e di non perseverare. In realtà non c’è grido umano che non sia ascoltato da Dio e proprio nella preghiera costante e fedele comprendiamo con san Paolo che «le sofferenze del tempo presente non ostacolano la gloria futura che sarà rivelata in noi» (Rm 8,18). La preghiera non ci esenta dalla prova e dalle sofferenze, anzi – dice san Paolo - noi «gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo» (Rm 8, 26); egli dice che la preghiera non ci esenta dalla sofferenza ma la preghiera ci permette di viverla e affrontarla con una forza nuova, con la stessa fiducia di Gesù, il quale – secondo la Lettera agli Ebrei - «nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo dalla morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito» (5,7). La risposta di Dio Padre al Figlio, alle sue forti grida e lacrime, non è stata la liberazione dalle sofferenze, dalla croce, dalla morte, ma è stata un esaudimento molto più grande, una risposta molto più profonda; attraverso la croce e la morte Dio ha risposto con la risurrezione del Figlio, con la nuova vita. La preghiera animata dallo Spirito Santo porta anche noi a vivere ogni giorno il cammino della vita con le sue prove e sofferenze, nella piena speranza, nella fiducia in Dio che risponde come ha risposto al Figlio.
E, terzo, la preghiera del credente si apre anche alle dimensioni dell’umanità e dell’intero creato, facendosi carico dell’«ardente aspettativa della creazione, protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19). Questo significa che la preghiera, sostenuta dallo Spirito di Cristo che parla nell’intimo di noi stessi, non rimane mai chiusa in se stessa, non è mai solo preghiera per me, ma si apre alla condivisione delle sofferenze del nostro tempo, degli altri. Diventa intercessione per gli altri, e così liberazione da me, canale di speranza per tutta la creazione, espressione di quell’amore di Dio che è riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato (cfr Rm 5,5). E proprio questo è un segno di una vera preghiera, che non finisce in noi stessi, ma si apre per gli altri e così mi libera, così aiuta per la redenzione del mondo.
Cari fratelli e sorelle, san Paolo ci insegna che nella nostra preghiera dobbiamo aprirci alla presenza dello Spirito Santo, il quale prega in noi con gemiti inesprimibili, per portarci ad aderire a Dio con tutto il nostro cuore e con tutto il nostro essere. Lo Spirito di Cristo diventa la forza della nostra preghiera «debole», la luce della nostra preghiera «spenta», il fuoco della nostra preghiera «arida», donandoci la vera libertà interiore, insegnandoci a vivere affrontando le prove dell’esistenza, nella certezza di non essere soli, aprendoci agli orizzonti dell’umanità e della creazione «che geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Grazie.

sabato 21 gennaio 2017

GIOVANNI PAOLO II SALMO 26,7-14 - PREGHIERA DELL’INNOCENTE PERSEGUITATO


GIOVANNI PAOLO II SALMO 26,7-14 - PREGHIERA DELL’INNOCENTE PERSEGUITATO

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 28 aprile 2004 

Vespri del mercoledì della 1a settimana (Lettura: Sal 26,7-14)

1. La Liturgia dei Vespri ha suddiviso in due parti il Salmo 26, seguendo la struttura stessa del testo che è simile a un dittico. Ora abbiamo proclamato la seconda parte di questo canto di fiducia che si leva al Signore nel giorno tenebroso dell’assalto del male. Sono i versetti 7-14 del Salmo: essi cominciano con un grido lanciato verso il Signore: «Abbi pietà di me! Rispondimi» (v. 7), poi esprimono una intensa ricerca del Signore, con il timore doloroso di essere abbandonato da lui (cfr vv. 8-9), infine dipingono davanti ai nostri occhi un orizzonte drammatico ove gli stessi affetti familiari vengono meno (cfr v. 10) mentre vi si muovono «nemici» (v. 11), «avversari» e «falsi testimoni» (v. 12).
Ma anche ora, come nella prima parte del Salmo, l’elemento decisivo è la fiducia dell’orante nel Signore, che salva nella prova e sostiene durante la bufera. Bellissimo, al riguardo, è l’appello che in finale il Salmista rivolge a se stesso: «Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore» (v. 14; cfr Sal 41,6.12 e 42,5).
Anche in altri Salmi era viva la certezza che dal Signore si ottiene fortezza e speranza: «Il Signore protegge i suoi fedeli e ripaga oltre misura l’orgoglioso. Siate forti, riprendete coraggio, o voi tutti che sperate nel Signore» (Sal 30,24-25). E già il profeta Osea esorta così Israele: «Osserva la bontà e la giustizia e nel tuo Dio poni la tua speranza, sempre» (Os 12,7).
2. Ora ci contentiamo di mettere in luce tre elementi simbolici di grande intensità spirituale. Il primo è quello negativo dell’incubo dei nemici (cfr Sal 26,12). Essi sono tratteggiati come una belva che «brama» la sua preda e poi, in modo più diretto, come «falsi testimoni» che sembrano soffiare dalle loro narici violenza, proprio come le fiere davanti alle loro vittime.
C’è, dunque, nel mondo un male aggressivo, che ha in Satana la guida e l’ispiratore, come ricorda san Pietro: «Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare» (1Pt 5,8).
3. La seconda immagine illustra in modo chiaro la fiducia serena del fedele, nonostante l’abbandono perfino da parte dei genitori: «Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto» (Sal 26,10).
Anche nella solitudine e nella perdita degli affetti più cari, l’orante non è mai totalmente solo perché su di lui si china Dio misericordioso. Il pensiero corre a un celebre passo del profeta Isaia, che assegna a Dio sentimenti di compassione e di tenerezza più che materna: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai!» (Is 49,15).
A tutte le persone anziane, malate, dimenticate da tutti, alle quali nessuno farà mai una carezza, ricordiamo queste parole del Salmista e del profeta, perché sentano la mano paterna e materna del Signore toccare silenziosamente e con amore i loro volti sofferenti e forse rigati dalle lacrime.
4. Giungiamo, così, al terzo e ultimo simbolo, reiterato più volte dal Salmo: «Cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto» (vv. 8-9). È, dunque, il volto di Dio la meta della ricerca spirituale dell’orante. In finale emerge una certezza indiscussa, quella di poter «contemplare la bontà del Signore» (v. 13).
Nel linguaggio dei Salmi «cercare il volto del Signore» è spesso sinonimo dell’ingresso nel tempio per celebrare e sperimentare la comunione col Dio di Sion. Ma l’espressione comprende anche l’esigenza mistica dell’intimità divina mediante la preghiera. Nella liturgia, dunque, e nell’orazione personale ci è concessa la grazia di intuire quel volto che non potremo mai direttamente vedere durante la nostra esistenza terrena (cfr Es 33,20). Ma Cristo ha rivelato a noi, in una forma accessibile, il volto divino e ha promesso che nell’incontro definitivo dell’eternità - come ci ricorda san Giovanni - «noi lo vedremo così come egli è» (1Gv 3,2). E san Paolo aggiunge: «Allora vedremo a faccia a faccia» (1Cor 13,12).
5. Commentando questo Salmo, il grande scrittore cristiano del terzo secolo Origene, così annota: «Se un uomo cercherà il volto del Signore, vedrà la gloria del Signore in modo svelato e, divenuto uguale agli angeli, vedrà sempre il volto del Padre che è nei cieli» (PG 12, 1281). E sant’Agostino, nel suo commento ai Salmi, così continua la preghiera del Salmista: «Non ho cercato da te qualche premio che sia all’infuori di te, ma il tuo volto. "Il tuo volto, Signore, ricercherò". Con perseveranza insisterò in questa ricerca; non cercherò infatti qualcosa di poco conto, ma il tuo volto, o Signore, per amarti gratuitamente, dato che non trovo niente di più prezioso… "Non ti allontanare adirato dal tuo servo", affinché cercando te, non mi imbatta in qualcos’altro. Quale pena può esser più grave di questa per chi ama e cerca la verità del tuo volto?» (Esposizioni sui Salmi, 26,1, 8-9, Roma 1967, pp. 355.357).

OMELIA TERZA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO “A”


OMELIA TERZA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO “A”            
Convertirsi è credere all’amore del Padre

Carissimi fratelli e sorelle,
dopo la parentesi giovannea di domenica scorsa, riprendiamo oggi la lettura del Vangelo di Matteo che accompagna il nostro cammino incontro al Signore in questo Anno Liturgico “A”. Dal lunedì dopo la Festa del Battesimo di N. S. G. C. siamo entrati nel Tempo Ordinario. Questo tempo liturgico, a differenza degli altri tempi, non celebra qualche evento particolare della vita di nostro Signore, ma semplicemente siamo chiamati a seguirLo lungo la sua predicazione evangelica, a fermarci con Lui mentre annuncia il Vangelo alle genti e ascoltarLo…, a guardarLo mentre passa facendo del bene a tutti (cf At 10,38), cercando di non perdere nemmeno una sua parola, un suo gesto, un’espressione del suo volto, un fremito del suo Cuore, un sospiro della sua anima, raccogliendo tutto nel nostro cuore per meditarlo (cf Lc 2,19.51), gustarlo (1Pt 2,3) e assimilarlo (cf Fil 2,5).
Lasciato il Battista, Gesù si fermò 40 giorni nel deserto e quindi si trasferì a Cafarnao, il paese di Pietro e Andrea, siamo nel territorio della Galilea delle Genti che faceva parte geograficamente di Israele, ma era il luogo più frammischiato al paganesimo. Infatti questo era un territorio del Regno del Nord d’Israele che nel 722 a.C. fu distrutto dagli Assiri e una grande numero dei suoi abitanti deportati. Nei secoli successivi le popolazioni che s’insidiarono in questi luoghi erano formate sia da ebrei che da pagani. L’oracolo d’Isaia che abbiamo ascoltato come prima lettura, accenna ai tempi di quella deportazione e parla di una luce divina che avrebbe illuminato quegli uomini affranti liberandoli dal giogo della schiavitù.
L’evangelista Matteo riprendendo quest’oracolo lo vede realizzato nella sua pienezza in Gesù che, stabilitosi a Cafarnao, percorre quei territori illuminandoli con la luce della sua parola e la forza della sua presenza liberando tutti coloro che sono sotto il giogo della schiavitù del peccato (cf At 10,38): “Il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce; su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte una luce si è levata”.
«La luce è uno dei bisogni primordiali dell’uomo. Essa non è solo un elemento necessario alla sua vita, ma quasi l’immagine della vita stessa. Questo ha influito profondamente sul linguaggio, per cui “vedere la luce”, “venire alla luce” significa nascere, “vedere la luce del sole” è sinonimo di vivere… 
Al contrario, quando un uomo muore, si dice che si è  “spento”, che “ha chiuso gli occhi alla luce”… La Bibbia usa questa parola come simbolo di salvezza. Il salmo responsoriale pone la luce in stretto rapporto con la salvezza, mostrandone l’equivalenza: “Il Signore è mia luce e mia salvezza”.
“Dio è luce e in lui non ci sono tenebre” (1 Gv 1,5). Egli “abita una luce inaccessibile” (1 Tm 6,16). In Gesù la luce di Dio viene a risplendere sulla terra: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9). “Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre” (Gv 12,46)».                         Commento alla liturgia del giorno Maranatha
Matteo, poi, riassume tutta la predicazione di Gesù in questi territori nei quali ha iniziato il suo peregrinare apostolico, con questa frase: “Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino”, frase identica a quella con la quale lo stesso evangelista aveva riassunto la predicazione di Giovanni Battista (cf Mt 3,2). 
Apparentemente, dunque, non c’è differenza tra le due predicazioni, quella del Battista e quella di Gesù, entrambe annunziano la necessità di una “conversione” e entrambe la motivano a ragione del fatto che è “vicino il regno dei Cieli” cioè il regno di Dio.
Dunque nessuna differenza tra la predicazione del Battista e quella di Gesù? La differenza che passa tra queste due predicazioni è la stessa che passa tra il V.T. e il N.T.: il Nuovo porta a perfezione il Vecchio e il Vecchio aveva preparato il Nuovo.
Entrambe le predicazioni invitano alla “conversione”. Cosa significa questo termine? Si tratta dell’invito a riprendere la strada giusta, a ritornare indietro. Si tratta di un cambiamento radicale dell’impostazione della propria vita. Essendo la vita un cammino, cambiare strada implica cambiare vita. Si tratta di cambiare orientamento, stile di vita, mentalità, modo di ragionare, modo di porsi nel mondo e di relazionarsi con gli altri. Questa conversione ha il suo punto fondamentale in un nuovo modo di relazionarsi con Dio che non viene più visto come un estraneo o un contendente o un rivale o un padrone o un tiranno, ma come un “Padre buono”. Certamente tutto questo troverà nella predicazione di Gesù la sua pienezza di manifestazione, ma già nel V.T. la predicazione profetica avevano raggiunto una grande profondità:
“Ritornate figli traviati” (Ger 3,14.22); perché avete abbandonato me sorgente d’acqua viva e vi siete costruite cisterne screpolate che non mantengono l’acqua? E bevete acqua putrida invece della mia acqua viva? (cf Ger 2,13). “Ritornate figli traviati”: perché continuate a spendere i vostri averi per ciò che non vi sazia e non volete venire a mangiare il mio pane e bere il mio vino che soli possono regalarvi sazietà, pace e riposo? (cf Is 55,2).
Tutta la predicazione di Gesù è un invito a credere alla benevolenza, all’amore misericordioso del Padre, ad aver fiducia in Lui e nel suo amore: “Il Padre stesso vi ama” (Gv 16,27; cf Lc 15: Le tre parabole della misericordia). 
Gesù ha ricevuto una duplice missione:
La prima è quella di renderci manifesto, tangibile, esperimentabile l’amore del Padre per noi (cf 1Gv 1,1-4), la vita di Gesù è segno visibile dell’amore del Padre per l’umanità tutta (cf Gv 3,16): “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9). Tutto quanto Gesù dice, fa e patisce, manifesta l’amore del Padre: è il Padre che in Lui agisce e opera perché Lui e il Padre sono una cosa sola (cf Gv 10,30) e Lui fa tutto ciò che ha imparato dal Padre (cf Gv 8,28). 
Convertirsi al Padre, in riferimento a questa missione di Gesù, significa aprirsi all’azione dello Spirito del Padre che in noi suscita l’attrazione verso Gesù (cf Gv 6,44) e ci invita e spinge a credere che Gesù è veramente il Figlio di Dio. È questo il desiderio del Cuore del Padre, è questa l’opera che Lui desidera attuare nei cuori di tutti: Che tutti credano “in Colui che Egli ha mandato” (Gv 6,29). Il Padre, infatti, ci ama perché abbiamo creduto che Gesù è il Figlio suo Diletto e Lo abbiamo amato (cf Gv 16,27).
La seconda è quella di presentarci in Se Stesso il modello perfetto di Figlio, Lui è “il primogenito di una moltitudine di fratelli” (Rm 8,29), per cui gli uomini sono invitati a guardare a Lui come al “Maestro” (Gv 13,13-14) da imitare (cf 1Pt 2,21), ma non si tratta semplicemente di un’imitazione esteriore, di fare come ha fatto Lui, ma un’imitazione interiore di essere ciò che è Lui, e quindi avere “i suoi stessi sentimenti” (Fil 2,5), i suoi desideri, le sue speranze, i suoi sospiri. Di avere in noi le sue ansie, le sue amarezze, i suoi dolori. Di avere il suo stesso modo di pensare, di ragionare, di amare.
Convertirsi al Padre in riferimento a questa missione di Gesù, significa aprirsi all’azione dello Spirito di Gesù che Gesù stesso ci ha comunicato con la sua morte e risurrezione. Il Signore Gesù ci comunica il suo stesso Spirito che è lo stesso Spirito del Padre, quello Spirito che è stato protagonista della sua incarnazione (cf Lc 1,35), che era sceso su di Lui con potenza al Giordano (cf Mt 3,16 e paral.), che Lo aveva condotto nel deserto (cf Mt 4,1 e paral.) e in ogni momento della sua esistenza terrena (cf Lc 10,21) e che consegnò al Padre morendo (cf Gv 19,30: “Chinato il capo spirò” (= emise, consegnò lo spirito, cioè la sua anima umana assunta nell’incarnazione, tabernacolo fulgidissimo dello Spirito Santo). Lo Spirito che ci rende partecipi del “pensiero di Gesù” 1Cor 2,16), lo Spirito che attualizza e opera in noi la trasformazione a immagine di Gesù “di gloria in gloria” (2Cor 3,18) fino a poter dire che non siamo più noi a vivere, ma è Gesù che vive in noi (cf Gal 2,20) e così poter dire sempre con maggiore verità e intensità d’amore: “Abbà, Padre!” (Gal 4,6).
Sia il Battista che Gesù motivano l’urgenza impellente della conversione, a causa del fatto che “il regno dei cieli è vicino”. Il regno di cui loro parlano è chiamato altrove anche “regno di Dio” (Mt 6,33; 12,28; 21,31, ecc.) oppure “regno del Padre” (Mt 13,43; 26,29; Lc 12,32), oppure anche “regno del Figlio dell’uomo” (Mt 13,41, 16,28) o semplicemente “regno di Gesù” (Lc 1,33; Gv 18,36).
Una parentesi: Matteo non dice espressamente “regno di Dio” perché scrivendo il suo Vangelo per i cristiani provenienti dall’ebraismo volutamente non nomina il nome di Dio. Nominare il nome di Dio, infatti, era cosa sacrilega per ogni buon ebreo: essendo Dio Santissimo nessun uomo era degno di nominarLo. Per questo Matteo usa più dire “regno dei cieli”  che non “regno di Dio”.
La caratteristica di questo regno è che non appartiene a questo mondo (cf Gv 18,36), si tratta di un’irruzione di Dio e del suo mondo nelle realtà terrestri, la vicinanza di questo regno viene annunziata da Giovanni come imminenza, come cioè un regno che sta alle porte; mentre la vicinanza di questo regno annunciata da Gesù è una vicinanza che è già presenza: “Il regno di Dio è in mezzo a voi” (Lc 17,21; cf Mt 12,28), ma non è ancora pienezza, perché è un regno che va cercato ogni giorno (cf Lc 12,31), è un regno che si può perdere (cf Mt 8,12 e paral.) e avrà il suo compimento definitivo solo alla fine dei tempi (cf Lc 22,18; Mt 25,34, ecc.) quando Gesù “…consegnerà il regno a Dio Padre […], perché Dio sia tutto in tutti” (1Cor15, 24-28).
Il “regno di Dio” è dunque dove Dio viene riconosciuto, accolto, adorato, ringraziato, benedetto, glorificato, cioè, detto in un’altra parola che contiene tutto questo: dove Dio viene amato. Il segno che questo regno è presente nel mondo, poiché Dio non si vede, è che i fratelli si amano, si vogliono bene, sono uniti tra loro (cf Gv 13,35; 1Gv 4,19-21; seconda lettura). Gesù è l’irruenza di questo regno nel mondo perché Egli ama il Padre con cuore umano-divino in una modalità assolutamente unica e infinita e manifesta l’immensità di questo amore per il Padre consegnando se stesso alla morte per i fratelli (cf 1Tm 2,6; Tt 2,14; Ef 5,2; ecc). Il “regno”, è dunque Gesù stesso e, in Lui, tutti coloro che accettano di consegnare se stessi per amore del Padre e dei fratelli, tra questi in particolare, Gesù scelse e sceglie i suoi “ministri” a cui conferisce la stessa missione che ha ricevuto dal Padre (cf Gv 20,21; Lc 10,16) perché siano nel mondo segni vivi della sua continua presenza e testimonino la preziosità assoluta del “regno dei Cieli”, lasciando tutto per esso.
Maria Vergine che fu la prima creatura a godere dell’irruenza dell’Amore di Dio quaggiù e quindi a rendere presente e attuale il “regno di Dio” in questo mondo, aiuti tutti i cristiani, in particolare coloro che Gesù oggi invita a lasciare tutto per rendere presente più efficacemente il suo “regno”, ad acconsentire con gioia ed entusiasmo al suo invito, nella serena fiducia ed assoluta certezza che ciò che si trova vale molto, molto di più, immensamente di più di tutto ciò che si possa mai lasciare (cf Mt 19,27-29 e paral; 13,44-46).
Amen.                                

  j.m.j.

martedì 17 gennaio 2017

IL CANTO GRECO-BIZANTINO


IL CANTO GRECO-BIZANTINO

Il canto greco-bizantino è sopravvissuto per secoli sostanzialmente inalterato, tramandato con la consapevolezza del suo enorme valore, quasi paradigmatico; legato soprattutto alla sfera religiosa, non abbiamo testimonianza scritta del repertorio profano. Ma molti manoscritti riportano, tramite la scrittura neumatica, quel canto sacro definito "eco dell'armonia e della bellezza di Dio", fratello del canto gregoriano occidentale. Musica a Bisanzio
Il canto greco-bizantino e la sua influenza sulla musica medievale occidentale

La situazione liturgico-musicale a Costantinopoli negli anni precedenti e immediatamente successivi l'Editto di Milano (313). 
La “pace” tra Chiesa e Impero romano favorì la costruzione di innumerevoli chiese e basiliche su tutto il territorio imperiale, con conseguente sviluppo del cerimoniale e aumento dei centri di produzione culturale; in particolare, la creazione delle circoscrizioni ecclesiastiche presiedute dai metropoliti (Alessandria, Antiochia, Bisanzio) pose le premesse per l'autonomia di tre forti centri di irradiazione culturale, sempre più indipendenti tra loro e da Roma: tutto ciò diede vita allo sviluppo di peculiari tradizioni nel canto liturgico e nel cerimoniale stesso. Il secolo IV vide inoltre numerose e importanti innovazioni per quanto riguarda il calendario ecclesiastico (con l'istituzione di nuove feste, sovrapposte alle antiche celebrazioni pagane ancora diffuse nelle campagne; si stabilì il criterio per decidere ogni anno la data della Pasqua; si svilupparono nuovi culti per i martiri; ecc...), nonché il consolidarsi della pratica di fissare per iscritto formulari di preghiere, ordinamenti di letture e il testo dei canti; iniziano poi a delinearsi con maggiore precisione i due cicli nei quali saranno distribuite le messe e le ufficiature: il Proprio temporale (per le feste del Signore e le domeniche) ed il Proprio santorale (per le feste dei santi). Si costruisce quindi un repertorio stabile di preghiere, letture e canti (alcuni dei quali rimarranno sostanzialmente intatti fino ad oggi, come i testi dell' Ordinarium missae – ovvero Kyrie eleison , Gloria , Sanctus …), legato in maniera indissolubile alla pratica musicale. 
Riassumendo, nei primi secoli del Cristianesimo la relativa autonomia delle comunità favorì il libero sviluppo delle liturgie locali, ed il loro graduale coagularsi intorno a nuclei regionali (differenziati anche dall'uso di lingue diverse); la molteplicità di riti della liturgia d'Oriente costituì parallelamente anche una molteplicità di tradizioni meliche, in alcuni casi trasmesse fino a noi unicamente per via orale. Tuttavia la struttura musicale complessiva è sostanzialmente omogenea – le varie liturgie sono del resto varianti di un unico culto. 
Ma quale fu il genere musicale in uso per secoli nell'ambito liturgico-musicale della Cristianità d'Oriente e Occidente? Nonostante le diverse e spesso imprecise o restrittive denominazioni usate in passato (tra cui quella di canto gregoriano , che oggi ha un significato più preciso e tecnico ed è relativo esclusivamente all'Occidente), gli studiosi hanno raggiunto un accordo definendolo canto piano , mettendo in rilievo alcuni elementi comuni alle tradizioni orientali e occidentali: 
-  il carattere monodico (esiste un'unica linea melodica, cantata da una o anche più persone, ma senza polifonia) ed esclusivamente vocale; 
-  il ristretto numero di gradi della scala musicale; 
- l'indivisibilità dell'unità di tempo (ovvero, non esistono “battute” in cui le note si possano suddividere con criterio matematico relativo alla loro durata), il che dà l'impressione di una grande e inalterata calma e gravità, proprio come solitamente avviene nell'ascoltare il canto gregoriano; 
-  la mancanza di accompagnamento strumentale; 
-  il massimo sfruttamento di vocalità e cantabilità per esprimere con semplicità e naturalezza la preghiera liturgica. 
All'interno della definizione molto ampia di “canto piano” hanno preso vita diversi filoni musicali (analogamente ai dialetti di un'unica lingua), ognuno legato ad un proprio rito liturgico: in Oriente troviamo il canto greco-bizantino (che merita una più attenta considerazione sia perché si sviluppò proprio a Costantinopoli, sia perché nella sua storia secolare intrecciò con Roma e l'Occidente cristiano una fitta trama di legami e rapporti), l'armeno, l'assiro-caldaico, e altri; in Occidente, il canto gregoriano, il romano antico, l'ambrosiano, l'ispano-mozarabico, il gallicano, il beneventano, l'aquileiese, ecc. 

Il canto greco-bizantino
Contrariamente al nome, esso non nacque a Bisanzio, ma fu derivato da Antiochia, in particolare dal rito siriaco diffuso nel Ponto e nella Cappadocia e poi portato sulle rive del Bosforo da numerosi missionari (soprattutto nel corso del IV secolo e dopo il Concilio di Calcedonia, 451 d.C., in cui Costantinopoli fu riconosciuta sede di un patriarcato); la tradizione della Grecia classica sembra non aver influito più di tanto, almeno sullo stile musicale, mentre si riscontra il perpetuarsi di numerosi termini appartenenti alla teoria antica. 
Rispetto ai repertori occidentali, in cui la lingua latina è sovrana incontrastata, il canto greco-bizantino vide un pluralismo linguistico molto diversificato a seconda delle zone in cui si officiava il rito: oltre al greco si contano infatti armeno, siriaco, arabo, paleo-slavo, georgiano, ecc… Altra differenza con la tradizione occidentale (che adottò soprattutto i salmi): Oriente si preferì fin dal IV secolo il canto di inni e d'un canone , formato da 3, 8 o 9 ode. 
In origine il canto greco dovette essere una semplice cantillazione (ovvero una sorta di declamazione su note fisse) destinata ad ampliare i testi liturgici – testi tratti, a partire dal III secolo, soprattutto dalla Bibbia e dalle opere patristiche; l'evoluzione dei canti andò sempre più verso una liturgia di celebrazione piuttosto che di tipo monastico, in particolare per l'influenza esercitata dalle pratiche musicali in uso a Gerusalemme e ad Antiochia: ne sono testimoni le acclamazioni, dette Laudes regiae , con cui si accoglieva l'ingresso in chiesa dell'imperatore e del patriarca. 
Il compositore era lo stesso poeta ( melodos ); in alcuni casi poteva essere anche l'esecutore dei proprio inni. Ciriaco, Romano il Melode, Anastasio sono tra i compositori più importanti dei secoli V e VI; nel VII troviamo Andrea di Creta, Sofronio di Gerusalemme, Germano di Costantinopoli; nell'VIII, Giovanni Damasceno e i due Cosma di Saba; nel IX, Teodoro Studita, Casia e Giuseppe l'Innografo. 
Analogamente a quanto accade in Occidente, le prime testimonianze sistematiche di scrittura musicale risalgono solo al IX secolo; non si tratta ancora di scrittura musicale nel senso moderno, ovvero con note che individuino l'altezza precisa del suono su di un sistema di righi (sistema diastematico ), né era presente un insieme di simboli per rappresentare la durata di ciascun suono; si trattava della cosiddetta notazione ecfonetica , usata nella declamazione e costituita da simboli che avevano la funzione di indicare sommariamente l'intonazione – per esempio, un simbolo come / poteva indicare quel in quel punto la voce del lettore doveva diventare più acuta, ma non sappiamo né di quanto né per quanto tempo. I primi segni grafici che indicassero gli intervalli risalgono al XII secolo, una volta conclusa la crisi iconoclasta; in seguito (XIII sec. circa) vennero introdotti anche segni per l'interpretazione ritmica. L'unica testimonianza di notazione musicale anteriore al IX secolo è rappresentata dall'Inno cristiano di Ossirinco (papiro 1786), databile tra III e IV secolo d.C., e che costituisce l'anello di congiunzione tra l'antica musica greca e quella di Bisanzio; tuttavia la notazione non è quella che troveremo nel IX secolo, ma appartiene ancora a quella in uso nella Grecia classica. 
Come mai la notazione musicale è così tardiva rispetto alla diffusione del canto greco-bizantino? Innanzitutto il repertorio non doveva essere così vasto da non poter essere memorizzato con facilità (almeno fino al regno di Giustiniano, nel VI secolo); in secondo luogo (ed è un fatto comune anche alla tradizione occidentale) era proprio la memorizzazione da parte di cantori, lettori, monaci, della stessa assemblea a rendere “superflua” la messa per iscritto dei brani; quando questi divennero più numerosi (già nel VI secolo, ma soprattutto sul finire della crisi iconoclasta), si avvertì invece la necessità di inserire segni per rammentare sommariamente l'andamento della melodia a cantori che la conoscevano già . Per questo motivo la simbologia ritmica ed una diastemazia più precisa tardarono tanto ad essere adottate. 
Se la tardiva stesura per iscritto della produzione musicale - ovviamente si parla unicamente di quella sacra - la musica profana, per quanto bella fosse, non era ritenuta degna di essere trascritta - rappresenta una conseguenza problematica (e fortemente limitante, per noi studiosi moderni) del processo di memorizzazione, dall'altro lato questo preservò le melodie da significativi mutamenti durante i secoli, proprio in virtù della trasmissione orale, più conservativa dei manoscritti (costosi e facilmente deperibili); le melodie, fermamente scolpite nella memoria dei cantori, venivano insegnate e poi ripetute innumerevoli volte durante i riti, come avvenne per secoli con gli altri canti monodici occidentali. 
Ma per comprendere ancora meglio le cause grazie alle quali non si verificarono mutamenti sostanziali nella struttura delle composizioni greco-bizantine, è necessario tenere conto del metodo creativo dei melografi orientali e delle loro concezioni artistiche: se Dionigi l'Aeropagita (o Pseudo-Dionigi) nella sua opera De coelesti hierarchia afferma che “un'eco dell'armonia e della bellezza di Dio si riflette sulla gerarchia degli esseri in cielo e da questo sulla gerarchia terrestre della Chiesa”, e se la musica degli inni cantati in cielo viene trasmessa dai Serafini a coloro che possiedono l'ispirazione divina (profeti e santi), e da questi poi ai compositori di inni liturgici, allora gli inni della Chiesa non sono altro che i cantici celesti trasmessi sulla terra e resi percepibili agli uomini dagli stessi membri della gerarchia ecclesiastica. L'artista è quindi autorizzato (ma al tempo stesso “obbligato”) a seguire il modello di un inno già esistente e giunto fino alla Chiesa per rivelazione divina. Da qui non solo il perpetuarsi di stilemi letterari antichissimi, o il permanere attraverso i secoli di brani che esistevano unicamente nella memoria degli uomini di Bisanzio, ma anche la prassi di comporre contaci e canoni basandosi su di una strofa iniziale detta irmo , del quale si devono ripetere la struttura metrica e sillabica, l'eventuale acrostico, ecc. 
Ovviamente piccole variazioni dei brani nel tempo erano ammesse e inevitabili, come per esempio l'introduzione di note ornamentali e fioriture, soprattutto parallelamente all'accresciuto splendore dei riti; una prova di tale immutabilità strutturale risulta dall'analisi dei testi greci entrati nella liturgia beneventana (la quale fu bilingue, nelle grandi feste) e rimasti sostanzialmente intatti fino all'epoca dell'esarcato di Ravenna (VI secolo): se si confronta la versione beneventana con quella bizantina, posteriore anche di alcuni secoli, si scopre che lo schema melodico di quest'ultima rimane identico, al di sotto di ornamentazioni e abbellimenti. 
Il repertorio di canti bizantini si divide stilisticamente in tre grandi filoni: 
-          stile hirmologico : comprende le ode e i canoni; le melodie sono brevi, più o meno incentrate sempre sugli stessi suoni, sillabiche o con al massimo due note per sillaba; 
-          stile sticherarico : contiene i poemi monostrofici, i tropari (cioè interpolazioni ai versetti dei salmi), e altri; si nota la presenza di melismi (ovvero brevi passaggi con più note sulla medesima sillaba), ma il testo rimane comprensibile; 
-          stile asmatico o melismatico : include gli alleluia , i cherubica , i kontàkia , ecc. Si tratta di canti riccamente ornati, di difficile esecuzione e molto lunghi, perciò eseguiti da un solista ( psaltista ); il testo è di difficile comprensione, a causa dei lunghi vocalizzi su di un'unica sillaba; compaiono solo nel XIII secolo, mentre i canti appartenenti alle prime due categorie sono attestati senza variazioni rilevanti dal IX al XIV secolo. 
  Notevoli mutamenti iniziarono a modificare le melodie bizantine soprattutto dopo la caduta di Costantinopoli in mano turca, nel 1453: ecco quindi spiegata la presenza di microintervalli (intervalli più piccoli del semitono), tipici della musica araba e turca, riscontrabili nei canti attuali delle chiese bizantine; probabilmente i canti dell'epoca medievale erano molto più simili ai coevi canti occidentali, per esempio il gregoriano. Tuttavia la tradizione bizantina sopravvisse nei monasteri basiliani dell'Italia meridionale e della Sicilia, e oggi il monastero greco di Grottaferrata è un centro importantissimo per lo studio e la ricostruzione dell'antico canto greco-bizantino

lunedì 16 gennaio 2017

Christian quotes

«ASCOLTATE OGGI LA SUA VOCE» (SALMO 95/94,8)


«ASCOLTATE OGGI LA SUA VOCE»  (SALMO 95/94,8)

Ermenegildo Manicardi 
Rettore dell’Almo Collegio Capranica

Avvio: sintonizzazione fraterna

Parlerò da esegeta, ossia da amico mosso dalla preoccupazione del testo e del suo reale impatto sugli ascoltatori. Come dice la Dei Verbum, sulla scorta di San Girolamo, «l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo». I testi ispirati, le Sacre Scritture, sono uno strumento spirituale eccellente, che ci è stato donato per avvicinarci a Cristo e per conoscerlo così come lui è.
Le nostre meditazioni, per essere veramente spirituali, devono essere bibliche in senso reale. A volte bisogna fare anche qualche sacrificio. Quando siamo stanchi e sfiniti, forse è preferibile lasciare che la nostra mente e il nostro cuore vagabondino nel silenzio davanti al Signore senza speciali riferimenti biblici. Quando invece abbiamo ancora forze, anche se siamo un po’ affaticati, è bene che si perseveri nella lectio divina, ossia in una preghiera che si fa guidare da un testo biblico concreto. Nella preghiera non guidata dalle parole bibliche si può correre, non di rado, il pericolo di raccontare - in fondo a noi stessi --qualche cosa di troppo soggettivo. Rimaniamo allora nel «quando» di ciò che conosciamo bene, che forse è causa dei nostri stessi disagi e che in ogni caso non ci libera. Il testo biblico, invece, che è fuori di noi, ci costringe a vedere le cose da punti di vista più oggettivi, più esterni e ci ricorda quanto è veramente gradito al Signore e perfetto (cf Rm 12,1-2).
Non bisogna mai dimenticare che fra le poche istruzioni di preghiera date da Gesù, c’è questa norma: «Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole» (Mt 6,7). Spesso noi lasciamo che la nostra mente corra troppo su se stessa, galoppando sul proprio esclusivo terreno. Il tema che avete scelto dice: «Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore». Non mi racconterò ancora una volta quello che penso «io», riandando
 ai miei stati d’animo più o meno lieti; farò, invece, un «esercizio spirituale»: mi aprirò ad un dono che mi viene «dal Signore».
Adesso cerchiamo di realizzare un momento di preghiera di questo tipo, ascoltando il Signore tramite uno dei salmi più famosi, il Salmo 95 (94), usato spesso come salmo all’Invitatorio, che apre la Liturgia delle ore. Esso inizia con le parole «Venite, applaudiamo al Signore».

Parte prima: «RUMINATIO»
Entriamo nel testo del Salmo 95/94 e stiamo in compagnia del testo. La definizione più bella, per indicare un salmo, è probabilmente quella di itinerario. Il salmo propone dei passaggi. «Ascolterò che cosa dice il Signore». Entriamo all’interno del Salmo, cominciamo a camminare nello spazio che le sue parole creano e seguiamo le tappe che esso propone nel suo itinerario.
Andiamo allora «dentro» il salmo. Per fare veramente questa operazione è necessario dimenti-care almeno tutti gli attuali stati d’animo. Siete arrivate qui molto diverse: alcune più liete, altre meno liete, alcune più tristi, altre meno tristi. Questo va lasciato fuori, perché se no non si ascolta. Facciamo un paragone. Noi ascoltiamo sempre la gente? Se siamo
nervosi, tristi, offesi, riusciamo ad ascoltare solo con molta fatica. Se ci lasciamo andare allo stato d’animo pesante, che ci ha colto, l’ascolto sarà molto superficiale. A volte, quando mi sento molto preoccupato, faccio l’esperienza che è necessaria molta disciplina per non rispondere in modo formale. «Ascolto» vuol dire che interrompo il fiume delle mie sensazioni per rivolgermi alla persona che mi viene incontro. Se non sospendo il flusso delle mie preoccupazioni e sensazioni, posso leggere anche cinquanta testi biblici e non fare vera lectio divina. La ruminatio deve portarci via dal nostro mondo abituale, per farci entrare in un altro mondo, quello di Dio che parla. Dobbiamo liberarci dai nostri stati d’animo, per caricarci davvero delle preoccupazioni di Dio, che il testo, parola ispirata, ci vuole comunicare.
Dobbiamo allora percorrere con pazienza le parole del testo del Sal 95/94, perché proprio questo salmo, che abbiamo scelto per la lectio, ci regali il suo mondo come mondo della nostra preghiera.

La struttura del Salmo 95/94
Quante tappe ha l’itinerario proposto dal Salmo 95 (94)? Alcuni lettori pensano che siano due, altri invece ne propongono tre.
Nella Nuovissima versione della Bibbia delle Edizioni Paoline, p. Angelo Lancellotti si pone, di fatto, nel gruppo di esegeti che vedono nel salmo due parti. Egli cataloga questo salmo come «liturgia della fedeltà del Signore» e distingue due parti: nella prima vede un «invito alla solenne celebrazione in veste innica» (vv. 1-7); nella seconda, invece, un «ammonimento sotto forma di oracolo» (vv. 8-11).
La prima parte del salmo è un invito solenne a celebrare il Signore ed è in forma di inno. La forma di inno è molto evidente, soprattutto a causa di alcuni imperativi che invitano a lodare il Signore (vv. 1-2 e v. 6) e delle motivazioni che suggeriscono la ragione per cui dobbiamo venire e applaudire (vv. 3-5; poi v. 7).
La seconda parte è, invece, un ammonimento, espresso in forma d’oracolo. È Dio stesso che ammonisce in diretta, per mezzo di un profeta (cf v. 8a) che si mette a parlare in nome di Dio stesso: «Non indurite il vostro cuore…» (vv. 8b-11).
Per gli esegeti che seguono la divisone in due parti le tappe fondamentali del salmo sono un «inno/oracolo» e un «invito/ammonimento». Questa divisione dice solo quali sono i generi letterari fondamentali del Salmo: modulo innico e modulo oracolare.
Più ricca, anche per la preghiera, appare la proposta di individuare, nel Salmo 95 (94), tre parti. P. Tiziano Lorenzin nel volume: I salmi delle Edizioni Paoli-ne, vede nel salmo un’azione liturgica, strutturata da tre imperativi che introducono tre parti:

-   vv.1-5        «Venite» 
                              Invito al tempio
-   vv.6-7       «Venite»; oppure, meglio, «Entrate» 
               Ingresso nel tempio
       -    vv.8-11     «Ascoltate» 
                             Ascolto della Parola

I tre imperativi imprimono al salmo un movimento che propone tre passaggi: invito alla lode, invito all’adorazione, invito alla riflessione. In concreto abbiamo:
1) un invito ad andare verso il santuario, che comprende partenza della processione, saluto gioioso e lode;
2) un invito non solo a venire, ma ad entrare, adorare e confessare il Signore;
3) un invito ad ascoltare, che comprende richiesta del silenzio, discorso di Dio e ammonimento.
Il salmo, che recitiamo quasi ogni mattina, propone un itinerario triplice: bisogna venire, bisogna entrare e, infine, bisogna ascoltare. Non basta stare in ginocchio, ma c’è un crescendo d’impegno:
1) «Venite» subito (quando vi svegliate);
2) «Entrate» nel luogo più intenso della sua presenza (probabilmente la cappella);
3) «Ascoltate, oggi, la sua voce» e ricordate come, molte altre volte, l’ascolto in realtà non sia riuscito.
Un invitatorio non banale: venite alla roccia (Sal 95/94,1-2)
Il Sal 95/94 inizia con un invitatorio, «venite applaudiamo al Signore», che va verso un titolo centrale di Dio: «La roccia della nostra salvezza». L’orante non dice «scudo», «fonte», «sole», «aurora», ecc. Lasciamoci illuminare dalla specificità dell’immagine.
Perché mai si parla di «roccia»? Più sotto si parlerà di Massa e Meriba, ossia i luoghi della tentazione e contestazione in cui il popolo chiede acqua e Dio la trarrà dalla roccia (cf v. 8). L’idea sottesa alla scelta di questo titolo può dunque essere benissimo: Dio è la roccia della nostra salvezza, perché da lui scaturisce l’acqua che disseta il popolo anche in circostanze dove abbeverarsi parrebbe impossibile (cf Es 17,1-7; Nm 20,2-13). Il salmista, inoltre, ha forse in mente una seconda possibile allusione, che potrebbe irrobustire la prima. Gli oranti sono invitati ad entrare nel tempio di Gerusalemme, che è costruito sulla roccia dalla quale Ezechiele promette che scaturirà l’acqua che tutto risana (cf Ez 47,1.12). San Paolo identifica la pietra da cui scaturisce l’acqua nel deserto con una roccia che seguiva il popolo nei suoi spostamenti: «tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano, infatti, da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo» (1Cor 10,4).
Rientrare nella profondità e nella bellezza di questi orizzonti vasti, quando preghiamo, ci fa certamente bene. Nell’invitatorio mattutino, queste prospettive sono un dono quotidiano che il Signore ci fa per educarci. Se siamo veramente capaci di attivare questi meccanismi siamo vivi e ci rinnoviamo, altrimenti si rischia di appassire.
Che cosa si deve fare per an-dare al Signore? Si deve «applaudire», «acclamare». Si tratta di avere entusiasmo per chi ci fa il dono di questa giornata. Con l’applauso si passa dal dono al donante. Di fronte al dono che ho ricevuto mi viene voglia di lo-dare il donatore. La bellezza del regalo ci spinge ad avere un’idea della bontà del donatore ed ecco l’applauso che esplode. L’inizio della giornata è un invito a capire i doni che il Signore ci ha fatto, ma in forma di lode, andando verso la figura di colui che ci presenta questi doni. I bambini sono abituati a ringraziare e a concentrarsi sul dono. La lode che apre la nostra giornata deve invece essere il risultato del nostro avere compreso la grandezza di colui che ci fa il dono. Quando il dono è capito, si va verso la persona del donante; in concreto: verso la roccia da cui scaturisce l’acqua della nostra salvezza. «Offrire sacrifici di ringraziamento»: non solo rendergli grazie, ma prendere qualcosa ed offrirla al Signore, rendendola sacra al Signore. Si tratta di quel sacrificio che neanche il Sal 51/50 – così sospettoso della ritualità (cfr. il v. 18) – non rifiuta: «Allora gradirai i sacrifici prescritti, l'olocausto e l'intera oblazione, allora immoleranno vittime sopra il tuo altare» (v. 21).
Già l’invitatorio del Sal 95/94 contiene un grande insegnamento spirituale. Per coglierlo bene occorre attenzione e ruminatio. È necessario leggere e rileggere i salmi, forse anche studiarli per percepire, quando si prega, una ricchezza sempre maggiore. Se mi si permette un paragone spregiudicato: un salmo è quasi un palloncino da gonfiare, che spin-ge il nostro cuore ad allargarsi. Il lavoro di ruminatio è gonfiare il palloncino perché quanto è stato collocato dentro di noi cresca e dilati la nostra persona. Un salmo, se è veramente cresciuto dentro di noi, spinge verso le pareti del cuore, dilata le arterie e il sangue torna copioso a circolare.
La creazione e le mani di Dio: trascendenza e amorevolezza (Sal 95/94,3-5)
I motivi per la lode di Dio sono sostanzialmente due. Anzitutto «grande Dio è il Signore, grande re sopra tutti gli dei». La sua unicità si mostra nello splendore della corte divina dove tutti confluiscono. Secondo i capitoli iniziali del Libro di Giobbe in questa corte celeste penetra persino il satana tentatore (cf Gb 1,6). Il primo motivo per lodare Dio è la grandezza assoluta della sua trascendenza.
Il secondo motivo completa il primo: «nella sua mano sono gli abissi della terra». La trascendenza di Dio non gli impedisce di essere l’amorevole creatore di tutto l’universo. Con immaginazione felice, il salmista rappresenta il mondo attraverso quattro elementi, che corrispondono ai punti cardinali. Egli parte dalla dimensione verticale e mette in contrasto «gli abissi della terra» con «le vette dei monti». Passa poi alla linea orizzontale e contrappone «il mare» fatto da lui e «la terra», addirittura plasmata. Si supera la prima descrizione genesiaca in cui il mare e la terra sono separati, per indicare come la terra a sua volta separata sia stata anche particolarmente curata (almeno secondo il parere del salmista). Tutto è di Dio, che guarda in verticale e in orizzontale, abbracciando la realtà del cosmo.
Merita attenzione l’insistenza sulle mani, che sono ricordate due volte: «Nella sua mano sono gli abissi della terra» (v. 4) e «le sue mani hanno plasmato la terra» (v. 5). Il salmista vuol far pensare alla mano di Dio, che rappresenta il suo «fare» forte e amorevole. L’immagine è impressionante e commovente ad un tempo. Le cose che sono nella proprietà di Dio fanno apparire la sua mano come enorme: essa è larga a sufficienza per comprendere gli abissi della terra e le vette dei monti. Si tratta di una mano quindi che crea, che plasma come uno scultore le ve-nature dell’universo, che mantiene nella sussistenza tutto ciò che ha creato.
Adorare Dio che guida «il popolo della sua mano» (Sal 95/94,6-7)
Un nuovo invito a lodare e ad assumere un atteggiamento d’adorazione ricapitola il motivo della creazione e lo ripete applicandolo al popolo degli oranti. Il nuovo motivo di lode, che il salmo suggerisce, è la consapevolezza che il Signore è anche colui che ha creato e formato il popolo: «venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati» (v. 6).
La dichiarazione: «Egli è il nostro Dio, e noi il popolo del suo pascolo» (v. 7) ricupera la formula dell’alleanza in forza della quale Israele appartiene al Signore e il Signore ad Israele. Nell’insieme dunque il Salmo loda due creazioni parallele: quella dell’universo e quella del popolo eletto.
La traduzione «il gregge che egli conduce» rende in maniera un po’ astratta la locuzione usata nel salmo che parla invece – molto plasticamente – del «gregge della sua mano». Certamente in questa espressione è intesa la guida che Dio dona al suo popolo, ma è anche dichiarato che il popolo è opera delle sue mani, nello stesso senso in cui prima si è parlato dell’universo e della creazione operata dalle mani di Dio.
«Entrare», «adorare», ma soprattutto «ascoltare» (Sal 95/94,8-11)
L’ultima tappa dell’itinerario, proposto dal salmo 95/94, conduce dall’ingresso adorante nel tempio alla necessità di «ascoltare la voce» del Signore (v. 8).
È illusorio pensare che basti entrare nel «tempio», nel luogo dove Dio ha compiuto i suoi prodigi, per avvicinarsi veramente al Signore e partecipare allo spazio dei suoi doni. Il tempio è vera-mente il luogo costruito dalla presenza dell’amore di Dio. Per questo si deve andare verso il tempio e là adorare.Tutto questo, però, non basta. Per entrare vera-mente nel tempio, alla fine è necessario aprirsi e passare all’ascolto. C’è una dialettica deci-siva tra il «cercare», che conduce la persona nel tempio, e l’«ascoltare», che ha la funzione di dischiudere il soggetto a qualcosa di nuovo. Cercando, l’uomo segue il meglio di ciò che il suo cuore propone; egli, per così dire, si dilata ma secondo un principio che parte da lui, ossia il proprio desiderio. Ascoltando, noi immettiamo in noi stessi degli elementi che ci spingono a crescere a par-tire da qualcosa che è donato dall’esterno.
L’insistenza sull’ascolto è formulata da un salmista/profeta che parla a nome di Dio. L’oracolo, con cui il salmo si chiude, insiste sulla necessità di ascoltare prendendo una lezione dalla storia passata del popolo, nel momento del deserto, ossia al tempo della sua massima vicinanza con Dio liberatore. L’appello è molto chiaro. Voi che siete entrati oggi in questo tempio, lo spazio che Dio ha creato, non fate come i vostri padri che «mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere» (v. 9).
Nella tappa decisiva appare dunque chiara la necessità di raggiungere una maggiore maturità. Non è detto che basti entrare nello spazio voluto e creato da Dio perché si compia la comunione con lui. A Meriba e a Massa il po-polo, che viveva apparentemente il dono dell’esodo, arrivò in realtà a contestare e a tentare il Signore.
Emerge così ripetutamente la dimensione del «cuore», come luogo distinto dal semplice camminare nello spazio di Dio: «non indurite il cuore» (v. 8) e «sono un popolo dal cuore traviato» (v. 10). Nell’insieme del salmo c’è un contrasto di simboli, veramente interessante e decisivo: nel caso di Dio si parla della «mano»; per l’uomo, invece, si parla del «cuore». La mano di Dio (il suo agire) è sempre amorevole. Il cuore dell’uomo (ossia il suo profondo sentire, pensare, decidere) è, invece, incerto ed esposto al pericolo. Il cuore umano può essere errante o addirittura «traviato». Il caso dei «padri», che non attraversarono il deserto lo dimostra chiaramente. Essi camminarono certamente dietro Mosè, ma il loro cuore non camminava in sintonia vera con i loro passi.
Il problema dell’uomo è il suo cuore. È necessario ascoltare, ossia uscire da sé perché, dentro di sé, potrebbe esserci qualche cosa che non va, anche se i passi all’esterno appaiono corretti. Si potrebbe camminare nel deserto, obbedendo «esteriormente» al Signore, ma se non ci si apre all’ascolto non si entrerà nel luogo del suo riposo.
Le ultime parole dell’oracolo che sigilla il salmo appaiono terribili. Dio assicura con un giuramento dichiarato: «Non entreranno nel luogo del mio riposo» (v. 11). L’uomo è creato per il riposo con Dio. Si raggiunge il riposo di Dio soltanto ascoltandolo. Se non ascolto sono irrimediabilmente «nel mondo» e «del mondo».
L’«oggi», che Dio questa mat-tina mi dona, è in connessione con «il luogo del riposo», ma c’è il cuore da trasformare. Ascolterò Dio e, se pregherò ascoltando, riuscirò a vedere la realtà in maniera non soltanto materiale. Potrò allora non ricadere nelle mie preoccupazioni solite, che mi avvincono ad una realtà ripetitiva ed ossessiva. La preghiera è un caso molto serio della nostra vita soltanto se è fatta bene, ossia se è vissuta da noi come l’esodo capace di farci uscire dalle nostre prigionie. Se invece è soltanto ascolto di noi stessi (e non di Dio), essa rischia di restare una ripetizione ossessiva dei nostri problemi e, allora, credendo di pregare, noi ci faremmo, in realtà, solo del male. È perciò molto importante tenere disciplinata la nostra preghiera perché essa sia ascolto di Dio e non chiacchiera nostra. «Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credo-no di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate» (Mt
6.7-8). «Uscite ed ascoltate». Nella giornata, che abbiamo davanti, dobbiamo entrare nel luogo creato da Dio, nel tempio che è la storia creata da Lui. Cosa posso fare per entrare, questa mattina, nelle giornate mie, vivendole come dono creato da Dio? Lo posso fare se ascolto la sua voce, altrimenti vivo nel mondo che mi circonda semplicemente essendo di questo mondo. Bisogna riuscire a farci educare dalla voce del Signore per capire che la realtà non è semplicemente quello che è percepibile e visibile. La realtà è oggetto dell’amore di Dio, ed è verso tale amore di Dio, che circonda e attraversa la realtà, che io voglio muovermi nella mia città. I problemi avranno la durezza di ieri. Se per caso ne avessi risolto uno oggi, la soluzione di ieri potrà forse servire a fare spazio ad un altro problema che già viene avanti. Molto importante è che ogni giorno io abbia una chiave «divina» per rileggere i problemi. Oggi puoi avere maggiore profondità di ieri; nella tua lettura ci sono giorni felici e giorni più complicati, ma questo non dipende da te. Da te dipende invece come reagisci e se veramente hai deciso di aprirti.

Parte seconda: «MEDITATIO»
La ruminatio ci ha fatto entrare ormai con sicurezza nel mondo creato dalla parola divina contenuta nel salmo. Scegliamo alcuni punti particolarmente idonei a raccordare la parola ruminata e la nostra vita. Questa parte della lectio ci porta ad illuminare con la parola meditata alcune situazioni della nostra vita. Al tempo stesso, quanto riscontriamo nella nostra esistenza ci aiuta a comprendere in modo ancora più concreto quanto la parola divina afferma.
1) Si entra nel mondo creato da Dio solo se si ascolta la sua voce, se il mondo non appare nella sua profanità. Come faccio a vedere la sacralità del mondo? Solo se c’è in me l’ascolto, altrimenti vedo quello che vedono tutti. Ho le paure e le angosce che hanno tutti.
2) A fronte della mano di Dio si trova il cuore dell’uomo. La mano di Dio crea, possiede, pascola. Il cuore dell’uomo è incerto ed errante. Gesù non direbbe mai: «Va’ dove ti porta il cuore». Gesù direbbe piuttosto: «Cerca dentro il tuo cuore, fai discernimento di quello che c’è nel tuo cuore. Stai attento a dove ti porta il cuore, perché il cuore ha bisogno di essere purificato». In una pagina decisiva Gesù accusa quanti lavano stoviglie e mani, per essere puri, e dimenticano il cuore. «Quando entrò in una casa lontano dalla folla, i discepoli lo interrogarono sul significato di quella parabola. E disse loro: «Siete anche voi così privi di intelletto? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?».
Dichiarava così mondi tutti gli alimenti. Quindi soggiunse: «Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo» (Mc 7,17-23). Nel Vangelo secondo Luca, Gesù spiega bene che il seme della parola divina porta frutto non semplicemente nel «cuore» dell’ascoltatore, ma nel «cuore buono». «Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza (Lc 8,15). Tal-volta noi pensiamo e diciamo: Metti la Parola nel cuore e tutto funzionerà bene. Questo però, non è il pensiero di Gesù. L’idea di Gesù è che la parola porta frutto nel cuore buono e perfetto. Se non è buono, proprio il cuore avviluppa con le spine la Parola e la soffoca.
3) La parola sul riposo di Dio è quella più difficile del salmo. Non siamo creati per questo mondo, ma siamo creati per il riposo divino, ossia perché arriviamo a riposarci con Dio. Dio ha creato il mondo in sei giorni per riposarsi il settimo giorno. Il settimo giorno è stato creato anche per l’uomo. L’uomo è stato creato nel sesto giorno perché nel settimo entri nel riposo con Dio. Di conseguenza c’è il rischio di non entrare nel riposo. Per la loro disobbedienza ho giurato nel mio sdegno: «non entreranno nel luogo del mio riposo». Nel salmo, che stiamo meditando, i quarant’anni dell’esodo sono rappresentati come una specie di settimana che deve condurre nella terra promessa, che è il simbolo del riposo in tutta la vita dell’uomo in cammino verso Dio. Siamo stati creati per il riposo. Lo raggiungeremo questo riposo di Dio? In che cosa consiste il nostro impegno per raggiungere il riposo? Consiste nell’ascolto: «Ascoltate oggi la mia voce» e, allora, arriverete al riposo. Se oggi, invece, non ascoltate, non entrerete nel riposo del Signore.
4) Nella Prima lettera ai Corinzi anche S. Paolo lo ha detto bene proprio rievocando il cammino dell’esodo e le contestazioni di Massa e Meriba. «Non voglio, infatti, che ignoriate, o fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rap-porto a Mosè nella nuvola e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. Ma della maggior parte di loro Dio non si compiacque e perciò furono abbattuti nel deserto. [ …] Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per ammonimento nostro, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere […] infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» (cf 1Cor 10,1-12).
5) Su questa stessa linea si potrebbe riflettere sul naufragio dei discepoli di Gesù durante la sua esistenza terrena. Lo seguivano, ma non lo seguivano evidentemente come la passione ha mostrato in maniera terribile. Al Getsemani fuggirono tutti. Restarono solo il discepolo amato e la madre. È soprattutto il vangelo di Marco a sottolineare un camminare dietro Gesù, un discepolato completamente naufragato (cf soprattutto Mc 14,26-31. 50-52). Funzionerà solo perché dopo la Pasqua c’è la ripresa del cammino ripartendo dalla Galilea (cf Mc 16,7). E allora? Il nostro discepolato, la nostra consacrazione verso che cosa pellegrina? Dove va questo pellegrinaggio? Si tratta di capire che il riposo è preparato dall’ascolto. Il Nuovo Testamento non dice che ci si salva a buon mercato. La grazia è proprio «a caro prezzo». Ha bisogno di una risposta. Non ci sono automatismi. «Oggi» è il giorno della salvezza, ma «oggi» è il giorno della salvezza nell’ascolto. Nessun «oggi» è tranquillo, denso di santità, denso di grazia. Siamo in un tempo di grazia che il Signore ha creato, il Signore è il nostro pastore, ma il Signore ci dice: «Ascoltate oggi la mia voce». Forse ci dice: «Adeguate il vostro cuore alle mie mani».

Parte terza: «COLLATIO»
La collatio può comprendere un confronto nei piccoli gruppi e uno scambio in assemblea plenaria.
Punti suggeriti per il confronto nei piccoli gruppi
* Consigli per l’invitatorio
   - Abbiamo, all’inizio delle nostre giornate, il senso dell’«oggi»?
 - Riusciamo ad attivarlo e come?
 - Ci sono esperienze?
* L’apertura all’ascolto nella mia vita
  - Come avviene di fatto?
- C’è davvero?
- Che cosa incide di più?
* quello che percepisco di mio?
* quello che medito e viene da «fuori»?
* c’è il rischio del ripiegamento: le troppe parole nostre
  - C’è differenza fra essere in ricerca ed essere in ascolto?
* Un passaggio necessario
   - Ci sono modi per aiutare il passaggio dall’«oggi liturgico», che ripropone l’historia salutis, all’«oggi esperienziale», che s’incentra sulla persona concreta e vuole valorizzarla?
Dallo scambio in assemblea
Dopo aver ascoltato le sintesi del confronto nei piccoli gruppi, sono emerse alcune domande.
A) Quali sono i passaggi cruciali, che fanno esistere la «lectio» come veramente biblica?
Ci sono state, in questi anni, molte proposte di scansione della lectio. Forse lo schema preferi-bile è in cinque passaggi.

1) LETTURA IN SENSO STRETTO O «RUMINATIO»: è l’incontro della persona con il testo; in questo incontro il testo torna ad essere vivo e diventa uno spazio in cui l’orante può entrare e muoversi. Questo spazio è creato dal dono del testo ispirato e dall’impegno dell’orante che utilizza tutte le sue possibilità per intendere bene - anzi al meglio - il testo biblico che ha scelto di ascoltare.
2) RIFLESSIONE O «MEDITATIO»: dopo aver ben analizzato il testo, ci si chiede: che cosa della mia esperienza è illuminato dal testo? E che cosa la mia esperienza permette di capire che è importante nel testo? È un movimento circolare. In termini ancora più concreti: che cosa questo testo dice della mia vita? e che cosa la mia vita fa capire essere importante in questo testo?
3) PREGHIERA/«ORATORIO»: la preghiera fatta dentro a quello che il testo ha creato, a quello che è emerso. Questo è un punto assolutamente decisivo perché la lectio sia preghiera di ascolto, senza ricaduta dell’orante nel proprio mondo personale precedente, non ancora compiutamente illuminato da questa concreta parola del Signore, che è stata messa come forza dinamica della meditazione in corso.
4) CONTEMPLAZIONE/«CONTEMPLATIO»: non credo sia opportuno avventurarsi a una descrizione di quello che è il dono specifico di Dio all’orante. Meglio accogliere con riconoscenza.
5) MESSA IN COMUNE O «COLLATIO»: si tratta di un confronto comunitario, di una messa in comune («metto insieme» in latino si può dire confero). È uno scam-bio fraterno in cui si possono mettere insieme alcune cose. Non è obbligatorio perché spesso si può fare – e si fa – lectio da soli. Nei casi in cui la lectio sia vissuta da più persone, una messa in comune di qualche frutto è molto utile. Segue poi la vita.
B) Quale rapporto posso intravedere tra il mio «oggi» e l’«oggi» di Dio?
Come intendere l’oggi mio in rapporto con l’oggi di Dio? Certo la realtà è una sola, ma il mio cuore è diviso. La divaricazione non esiste nella realtà: nella real-tà esiste solo l’oggi di Dio. Con tutto ciò, arrivare a capire nel nostro oggi l’«oggi di Dio» non è così semplice. Se non mi metto in ascolto, l’oggi rimane l’oggi delle mie preoccupazioni, l’oggi dell’orologio. Come facciamo allora a ridurre all’unità l’«oggi», che rischio, per la debolezza del mio cuore, di percepire frammentato in due polarità? Come faccio a non appartenere irrimediabilmente al mio modestissimo «oggi dell’orologio», delle mie preoccupazioni, visto che in realtà vivo nell’oggi di Dio, di fatto spesso senza averne coscienza e senza rendermene conto? Certo io vivo alla luce del sole, ma per avere una visione teologica del sole – per esempio per percepire il sole come creatura di Dio, come frutto della roccia che ci salva – ho bisogno di pensarci. Altrimenti alla luce del sole forse mi abbronzo, ma mi abbronzo dentro l’oggi dell’orologio. È qui che ap-pare chiara l’importanza della preghiera per l’apertura della persona. Non è Dio che ha bisogno di essere pregato: siamo noi che abbiamo bisogno di pregare. Dio, di per sé, non desidera la nostra preghiera, ma la nostra comunione con Lui. Desidera amarci ed essere amato. Ed è amato solo nella misura in cui noi ci rendiamo conto che egli ci ama. È un’operazione del cuore.
Esiste, quindi, un unico «oggi» ed è quello di Dio; ma il nostro cuore pone una specie di divisione, perché esso ha un suo oggi che non è perfettamente identico a quello di Dio. La meditazione (o, se volete, il discernimento) porta ad avvicinare il mio oggi all’oggi di Dio. Certo Dio ha messo nell’oggi anche le preoccupazioni che mi attraversano, però non c’è solo quello. Il rischio è che le mie preoccupazioni diventino il tutto di Dio. C’è il pericolo che io – anche se con nobili sentimenti – mi concentri molto sui problemi e veda un oggi di Dio deformato. Certo la crescita, le crisi, le sofferenze, le gioie, i passi indietro miei e di coloro che amo sono cose che manda Dio dentro al suo oggi. Però, se non sto attento, c’è il pericolo che noi ci riduciamo a questi elementi più emozionali e non diamo uno sguardo contemplativo. Il cristianesimo o sarà contemplativo o non sarà, aveva sostenuto Rahner già mezzo secolo fa. Egli si rendeva conto molto bene della visione complicata della realtà di oggi, per cui se un cristiano non diventa contemplativo, le cose gli scivolano via, dentro questi ingranaggi terribili.
C) Cosa vuol dire che il cuore vero è solo il cuore purificato?
Ripetutamente noi dobbiamo riprendere la navigazione a livelli superiori. Si parte dal postulandato, poi si arriva ai dieci anni di consacrazione, poi ai venti, ecc. C’è un periodo formativo e c’è un periodo «ri-formativo». Sotto i colpi della realtà, talvolta pesanti e pesantissimi, noi capiamo dov’è il nostro cuore. A volte sentiamo qualcuno che dice: «Sono diventato meno buono!». Spesso mi capita di consolare: meno male che sei diventato meno buono! Pensaci bene: prima non eri così buono, come apparivi. Avevi paura di scontentare, vo-levi fare bella figura, non volevi conflitti antipatici, eri troppo te-nero … e allora «volentieri» cede-vi. Adesso che sei più adulto e meno preoccupato di piacere, ti trovi di fronte ad una sfida più grande: devi essere buono dopo avere capito che, alla fine, tu sei indipendente dal giudizio degli altri più di quanto credessi. Cuore vero allora è nel senso di cuore purificato. Non si tratta di tirar via il cuore falso e tirar fuori il cuore vero. La realtà è che il nostro cuore ha delle bontà e degli egoismi e allora, attraverso l’uso spirituale della Bibbia, va bonificato il terreno. Il nostro cuore è un terreno sassoso. Se volete avere un buon terreno, dovete con pazienza togliere i sassi e fare i muretti. E così viene fuori il cuore purificato.
D) Dov’è che sperimento la novità, dov’è che mi lascio colpire senza essere nella noiosissima ripetitività?
Come ci sono nuovi accadimenti e nuove azioni nella giornata, ci deve essere anche una novità di lettura della parola, di celebrazione dell’ascolto. Ognuno di noi ha il problema fondamentale: come faccio a rinnovarmi? C’è qualche trucco per essere auto-innovativo. È un problema molto urgente e di cui siamo responsabili noi. Bisogna attivarsi. In questo senso la Scrittura può dare un aiuto grandissimo: anche una sottolineatura di mezza parola scritta, che rimane con noi nella giornata, può dare un buon sapore alla mente ed energia per ripartire, soprattutto nei momenti di stanchezza e bassa pressione. È una responsabilità personale di gestione del nostro vissuto psicologico, che poi si riverbera su tutto il resto.
E) Puntare così tanto sulla lettura spirituale della Bibbia non espone all’intellettualismo?
Leggere la Bibbia è di fatto la ricerca di un mondo di valori molto concreti, che hanno segnato potentemente vite molto solide. Nella Bibbia noi affrontiamo parole umane, che sono anche parole divine e che possono muovere il nostro cuore; parole, che possono essere foriere di novità, di idee ricomprese e di nuovi punti di vista. Senza la Scrittura, saremmo affidati alla circolarità di noi stessi, dei nostri problemi. Ecco, invece, che la Parola scritta, lungi dal portarci in un mondo teorico e astratto, spezza il nostro orizzonte chiuso. La parola umana accessibilissima, ricca della forza della parola di Dio, accende qua e là per noi delle luci. Tu senti allora con commozione che c’è vera-mente l’«oggi di Dio», che è più grande dei tuoi problemi. «Ti ascolto e ti seguo». Avete scelto un buon tema: ti seguo solo se ti ascolto, perché se non ti ascolto m’illudo di seguirti, faccio l’itinerario scelto da me e dico che è la tua sequela. È facile cadere in questa trappola. Quando si può dire veramente che seguiamo il Signore? Lo dobbiamo seguire tra i nostri fratelli, certo. Il Signore ci parla attraverso i nostri fratelli, la parola di Dio scritta e la Parola ancora più ampia che è tutta la nostra vita. La Parola di Dio scritta ci blocca su alcuni punti e ci invita ad «allargare», altrimenti avremmo molta vita, ma con il pericolo di cadere nel soggettivismo: io mi faccio la vita che voglio, però ho imparato a dire che seguo il Signore. In realtà la mia vita (anche da religioso) finisce per essere un itinerario tutto mio e solo mio.