venerdì 30 dicembre 2016

GIOVANNI PAOLO II SALMO 66 - RESPONSORIALE (1 GENNAIO MADRE DI DIO)


GIOVANNI PAOLO II SALMO 66 - RESPONSORIALE (1 GENNAIO MADRE DI DIO)

Tutti i popoli glorifichino il Signore

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 9 ottobre 2002 

Lodi del martedì della 3 settimana (Sal 66, 2-4.7-8)

1. È ora risuonata la voce dell’antico Salmista, che ha innalzato al Signore un gioioso canto di ringraziamento. È un testo breve ed essenziale, che però si allarga verso un immenso orizzonte, fino a coinvolgere idealmente tutti i popoli della terra.
Quest’apertura universalistica rispecchia probabilmente lo spirito profetico dell’epoca successiva all’esilio babilonese, allorché si auspicava che anche gli stranieri fossero condotti da Dio sul suo monte santo per essere colmati di gioia. I loro sacrifici e olocausti sarebbero stati graditi, perché il tempio del Signore sarebbe divenuto «casa di preghiera per tutti i popoli» (Is 56,7).
Anche nel nostro Salmo, il 66, il coro universale delle nazioni è invitato ad associarsi alla lode che Israele eleva nel tempio di Sion. Per due volte, infatti, ritorna questa antifona: «Ti lodino i popoli, Dio, ti lodino i popoli tutti» (vv. 4.6).
2. Anche coloro che non appartengono alla comunità scelta da Dio ricevono da Lui una vocazione: sono, infatti, chiamati a conoscere la «via» rivelata a Israele. La «via» è il piano divino di salvezza, il regno di luce e di pace, nella cui attuazione vengono coinvolti anche i pagani, invitati ad ascoltare la voce di Jahvé (cfr v. 3). Il risultato di questo ascolto obbediente è il timore del Signore in «tutti i confini della terra» (v. 8), espressione che non evoca tanto la paura quanto piuttosto il rispetto adorante del mistero trascendente e glorioso di Dio.
3. In apertura e nella parte conclusiva del Salmo viene espresso un insistente desiderio della benedizione divina: «Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto... Ci benedica Dio, il nostro Dio, ci benedica Dio» (vv. 2.7-8).
È facile sentire in queste parole l’eco della famosa benedizione sacerdotale insegnata, in nome di Dio, da Mosè ad Aronne e ai discendenti della tribù sacerdotale: «Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6,24-26).
Ebbene, secondo il Salmista, questa benedizione effusa su Israele sarà come un seme di grazia e di salvezza che verrà deposto nel terreno del mondo intero e della storia, pronto a germogliare e a diventare un albero rigoglioso.
Il pensiero corre anche alla promessa fatta dal Signore ad Abramo nel giorno della sua elezione: «Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione... e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gn 12,2-3).
4. Nella tradizione biblica uno degli effetti sperimentabili della benedizione divina è il dono della vita, della fecondità e della fertilità.
Nel nostro Salmo si accenna esplicitamente a questa realtà concreta, preziosa per l’esistenza: «La terra ha dato il suo frutto» (v. 7). Questa costatazione ha spinto gli studiosi a collegare il Salmo al rito di ringraziamento per un abbondante raccolto, segno del favore divino e testimonianza per gli altri popoli della vicinanza del Signore a Israele.
La medesima frase ha attirato l’attenzione dei Padri della Chiesa, che dall’orizzonte agricolo sono passati al piano simbolico. Così, Origene ha applicato il versetto alla Vergine Maria e all’Eucaristia, cioè a Cristo che proviene dal fiore della Vergine e diventa frutto così da poter essere mangiato. In questa prospettiva «la terra è la santa Maria, la quale viene dalla nostra terra, dal nostro seme, da questo fango, da questa melma, da Adamo». Questa terra ha dato il suo frutto: ciò che ha perso nel paradiso, lo ha ritrovato nel Figlio. «La terra ha dato il suo frutto: prima ha prodotto un fiore... poi questo fiore è diventato frutto, perché potessimo mangiarlo, affinché mangiassimo la sua carne. Volete sapere che cosa è questo frutto? È il Vergine dalla Vergine, il Signore dall’ancella, Dio dall’uomo, il Figlio dalla Madre, il frutto dalla terra» (74 Omelie sul libro dei Salmi; Milano 1993, p. 141).
5. Concludiamo con le parole di sant’Agostino nel suo commento al Salmo. Egli identifica il frutto germinato sulla terra con la novità che si produce negli uomini grazie alla venuta di Cristo, una novità di conversione e un frutto di lode a Dio.
Infatti «la terra era piena di spine», egli spiega. Ma «si è avvicinata la mano di colui che sradica, si è avvicinata la voce della sua maestà e della sua misericordia; e la terra ha cominciato a lodare. Ormai la terra dà il suo frutto». Certo, non darebbe il suo frutto, «se prima non fosse stata irrigata» dalla pioggia, «se non fosse venuta prima dall’alto la misericordia di Dio». Ma ormai assistiamo a un frutto maturo nella Chiesa grazie alla predicazione degli Apostoli: «Inviando poi la pioggia attraverso le sue nubi, cioè attraverso gli apostoli che hanno annunciato la verità, più copiosamente "la terra ha dato il suo frutto"; e questa messe ha ormai riempito il mondo intero» (Esposizioni sui Salmi; II, Roma 1970, p. 551).

Theotokos of the Sign

MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO (01/01/2015) - OMELIA


MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO (01/01/2015) - OMELIA

Custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore
La Vergine Maria è testimone, osservatrice privilegiata del più grande mistero di Dio. Questo evento sommerge la sua mente, inonda il suo cuore, è infinitamente oltre la sua scienza, sapienza, conoscenza. Sa però che la sua vita è da questo mistero e di esso non vuole che cada per terra neanche un minuscolo frammento, un nanogrammo. Per questo Lei lo custodisce e lo medita nel suo cuore. Cos'è la custodia e cosa la meditazione? Lo scopriremo lasciandoci aiutare da due Salmi.
Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l'aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore: egli ha fatto cielo e terra. Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode. Non si addormenterà, non prenderà sonno il custode d'Israele. Il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra e sta alla tua destra. Di giorno non ti colpirà il sole, né la luna di notte. Il Signore ti custodirà da ogni male: egli custodirà la tua vita. Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri, da ora e per sempre (Sal 121 (120), 1-8).
Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori. Se il Signore non vigila sulla città, invano veglia la sentinella. Invano vi alzate di buon mattino e tardi andate a riposare, voi che mangiate un pane di fatica: al suo prediletto egli lo darà nel sonno. Ecco, eredità del Signore sono i figli, è sua ricompensa il frutto del grembo. Come frecce in mano a un guerriero sono i figli avuti in giovinezza. Beato l'uomo che ne ha piena la faretra: non dovrà vergognarsi quando verrà alla porta a trattare con i propri nemici (Sal 127 (126), 1-5).
La sentinella, chi è preposto a vegliare sulla città, deve porre ogni attenzione affinché nessun nemico entri in essa. Altrimenti è la rovina di tutti. Un solo nemico che dovesse riuscire ad infiltrarsi in essa, anche con stratagemmi sofisticati, potrebbe portare alla sua distruzione. Del custode invece ci viene offerta una immagine stupenda. Lui è la nostra ombra che ci segue e ci avvolge, è l'ombra che mai si addormenta, che veglia sempre, si preoccupa di ogni cosa, custodisce il nostro piede dalla caduta.
Alla Vergine Maria è stato affidato il mistero di Cristo. Lei dovrà custodirlo, difenderlo, proteggerlo, farlo crescere nel suo cuore. È la sentinella che non dorme perché esso venga preservato nella sua più grande purezza e verità. Dovrà fare tutto questo perché domani il Signore la renderà madre del suo corpo mistico e a questo corpo dovrà insegnare perennemente il mistero da lei custodito gelosamente nel suo cuore. Maria ha partorito Cristo, donandolo alla luce. Nella contemplazione e nella custodia dal seno, lentamente, lei è chiamata a far passare Cristo nel cuore. In esso Lui dovrà svilupparsi, crescere, maturare, raggiungere la sua dimensione più eccelsa, dal cuore di Lei essere partorito in ogni altro cuore. È questa la sua missione di Madre.
Così agendo, la Vergine Maria, diviene modello di ogni altro discepolo di Cristo Gesù, chiamato anche lui a generare il Verbo Eterno Incarnato in ogni cuore. Se però il suo cuore non diviene l'utero per il concepimento e la gestazione del Verbo della vita, come potrà sperare, pensare, credere di poterlo dare ad un altro cuore? Vuoto di Cristo è il suo cuore e vuoto darà ai suoi fratelli. Se Cristo nel suo cuore è un aborto, perché appena ricevuto è stato subito espulso, cosa potrà dare ai cuori? Affanno, tristezza, falsità, errore, menzogna. Anche se parlerà di Lui, dirà cose sconnesse, insensate, prive di ogni verità. O facciamo del nostro cuore un utero cristico, nel quale concepire e far crescere ogni giorno il Verbo della vita, oppure la nostra missione sarà sempre fallimentare. Diremo parole, ma non la Parola. Essa non è nel nostro seno.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, fateci custodi di Gesù Signore

A BETLEMME NASCE GESÙ, FIGLIO DI DAVIDE E SERVO DEL SIGNORE. DAL SALMO 89 (88)


A BETLEMME NASCE GESÙ, FIGLIO DI DAVIDE E SERVO DEL SIGNORE. DAL SALMO 89 (88) 

Canterò senza fine le grazie del Signore, con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nei secoli,
perché hai detto: «La mia grazia rimane per sempre»; la tua fedeltà è fondata nei cieli.

«Ho stretto un’alleanza con il mio eletto, ho giurato a Davide mio servo:
stabilirò per sempre la tua discendenza, ti darò un trono che duri nei secoli».
Ho portato aiuto a un prode, ho innalzato un eletto tra il mio popolo.
Ho trovato Davide, mio servo, con il mio santo olio l’ho consacrato;
la mia mano è il suo sostegno, il mio braccio è la sua forza.
Egli mi invocherà: «Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza».
Io lo costituirò mio primogenito, il più alto tra i re della terra.
Gli conserverò sempre la mia grazia, la mia alleanza gli sarà fedele.
Sulla mia santità ho giurato una volta per sempre: certo non mentirò a Davide.
In eterno durerà la sua discendenza, il suo trono davanti a me quanto il sole,
sempre saldo come la luna, testimone fedele nel cielo.

… Ma tu lo hai respinto e ripudiato, ti sei adirato contro il tuo consacrato;
hai rotto l’alleanza con il tuo servo, hai profanato nel fango la sua corona.

Fino a quando, Signore, continuerai a tenerti nascosto, arderà come fuoco la tua ira?
Dove sono, Signore, le tue grazie di un tempo che per la tua fedeltà hai giurato a Davide?
Ricorda, Signore, l’oltraggio dei tuoi servi (del tuo Servo): 
porto nel cuore le ingiurie di molti popoli, con le quali, Signore, i tuoi nemici insultano, 
insultano i passi del tuo consacrato.

Gloria a te, Padre, Dio sempre fedele.
Gloria a te, Figlio, per il quale si sono attuate le promesse fatte a Davide.
Gloria a te, Spirito, unzione messianica e filiale per Cristo e per noi. Amen.
  
Il Sal 89 (88) è stato sempre considerato salmo messianico. È conosciuto e citato più volte dal NT: At 2,30; At 13,22; Lc 1,51; Ap 3,14.
 Il Salmo riprende la profezia fatta da Natan al re Davide (2Sam 7,8-16) e l’attualizza rapportandola alla situazione storica d’Israele dopo l’esilio. E poiché agli occhi del salmista e dei suoi contemporanei tutto sembra contraddire le promesse di Dio, nella parte finale del salmo, si chiede conto a Jhwh del fallimento delle promesse, quasi fose stato Lui a tradire l’ALLEANZA. 
È, quindi, un salmo messianico che ben s’adatta all’intero mistero di Cristo. “Tutto il salmo profetizza la nascita del Cristo dalla stirpe di Davide e il suo regno” (EUSEBIO). “Ma il mistero di questo salmo si estende alla passione di nostro Signore” (ARNOBIO il GIOVANE). L’intera storia viene giudicata da questo salmo: 
Passato: ci si rifà alle promesse messianiche contenute nella profezia di Natan; 
presente: si lamenta che la casa di Davide sia stata, praticamente, distrutta;
futuro: si chiede e si spera che il Signore restauri la gloria di Davide, attraverso il suo Messia. 
Le vicende storiche verificano la fedeltà di Dio. Perciò il Signore dovrà mostrarsi di nuovo fedele a Davide, come lo è stato nella creazione.
 Le parole che aprono il salmo grazia, e fedeltà, sono l’attributo indefettibile di Dio, che il credente vorrebbe “cantare in eterno” (v. 2). Come esempio storico di questo binomio divino, ci si sofferma, sulla vocazione di Davide, citando, appunto, l’episodio narrato in 2Sam 7. Dio scelse Davide, e non gli altri suoi fratelli, perché è “Signore della storia”. Questa signoria Egli l’ha manifestata già nella creazione e nell’Esodo, quando sconfisse il caos e tutti i nemici che ostacolavano gli Ebrei nel loro cammino verso la Terra promessa.  
Ma veniamo al cuore del salmo, l’oracolo messianico fatto a Davide: “Ho trovato Davide, mio servo, con il mio santo olio l’ho consacrato” (v. 21). Da esso si evince che le scelte di Dio sono sempre imponderabili. Sempre e comunque, in esse si manifesta e glorifica la sua gratuità dei doni di Dio.
 A questa scelta gratuita l’Eletto risponde dicendo a Dio: “Tu sei mio padre” (v. 27).  
È da notare, che mentre il Re, e lo stesso Popolo ebraico, possono dire a Dio “Padre”, in modo adottivo, Gesù lo dice sempre in modo reale (cf. Mc 1,10). Infatti, Gesù è da sempre il primogenito (Rm 8,29; Col 1,15-18; Eb 1,6; Ap 1,5), colui al quale appartengono, per natura, gli attributi divini di fedeltà e grazia, che Dio promette di partecipare al suo Eletto (v 29. 34). 
La promessa ha come garante Dio medesimo. Jhwh ha giurato “sulla sua santità” (v. 36), vale a dire, su se stesso. Le tragedie della storia, elencate nel salmo, non possono mettere in questione la fedeltà di Dio, al più fanno intravedere un altro tipo di Messia. 
 E se c’è un “ma” rinfacciato a Dio perché ha “respinto e ripudiato il suo Consacrato” (v. 39; cf. Rm 8,32); tuttavia, la speranza dei credenti non è morta del tutto. Infatti, proprio in questo contesto,  esplode il grido della sofferenza illuminata dalla fede: “Fino a quando, Signore?…” (v. 47; cf. Sal 13). Anche la tragedia più amara avrà un termine. Ogni Venerdì santo, sfocia nella Pasqua di risurrezione.

A questo punto la supplica si personalizza in modo singolare. Chi contende con Dio è 
il Servo del Signore (v. 51a, secondo alcune versioni, al singolare),
il consacrato dal Signore, cioè il Messia (v. 52).
Poiché questo Servo “si è addossato le ingiurie delle Nazioni” (v. 51b), è facile collegarlo con la figura del “Servo di Jhwh” di cui parla Isaia (Is 53,4). Così il Sal 89, anticipando il NT, ci afferma che il Messia davidico completa la sua missione, assumendo il ruolo e il ministero del Servo sofferente del Signore.
  
La Liturgia del Natale utilizza il Sal 89 solo nella parte “gaudiosa”, cioè, fino al v. 38. È opportuno, però, nella lectio divina personale, ricordare e pregare anche la parte “dolorosa”, perché il Salmo, entrando nella nostra vita la renda, in Cristo, “gloriosa”.
È quanto hanno intuito gli iconografi bizantini che dipingere la Natività, assimilano la mangiatoia ad una tomba, e fasciano il Bambino allo stesso modo con cui sarà fasciato il Crocifisso, per essere deposto nel Sepolcro. Il Verbo s’incarna per morire per noi.
  
Preghiera salmica
 Padre misericordioso e buono, noi che siamo infedeli, le mille volte al giorno, osiamo chiederti conto della fedeltà alla tua parola di salvezza. Non abbiamo, però, altra scelta. Solo sul tuo amore, rivelatoci nella storia di Gesù tuo Figlio, noi possiamo contare, per non essere ripudiati del tutto. 
Accoglici, ancora una volta, nella tua casa, o Padre. Per Gesù, figlio di Davide e tuo Figlio, il quale, per salvarci, si è fatto tuo e nostro Servo. Amen.

giovedì 29 dicembre 2016

OMELIA FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA - SARÀ CHIAMATO NAZARENO


OMELIA FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA - SARÀ CHIAMATO NAZARENO

Ileana Mortari - rito romano

E' noto che i primi due capitoli di Matteo (come anche i corrispondenti di Luca) appartengono ad un particolare genere letterario, detto "vangeli dell'infanzia", i quali non hanno primariamente un intento storico-cronachistico, ma si propongono piuttosto di "leggere" gli episodi dei primi anni di vita del Signore in relazione alle Scritture e al complessivo piano divino di salvezza.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, tali testi sono stati scritti non per primi, ma per ultimi, alla luce del mistero pasquale e della rivelazione totale del Figlio di Dio, osteggiato dai capi di Israele tanto da essere crudelmente tolto di mezzo, ma risuscitato da Dio Padre.
Il primo nucleo dei vangeli fu il lungo racconto della Passione e della morte di Gesù, seguito dagli episodi di apparizione del Risorto; poi presero forma narrativa le raccolte di detti e fatti del Maestro. Infine, anche per rispondere a maligne insinuazioni circa le origini del Nazareno, Matteo e Luca raccolsero quante più informazioni poterono (da parenti e ambienti vicini a Giuseppe e Maria) sulla nascita e i primi anni di vita del Messia e li interpretarono alla luce delle Scritture e di tutta la vita del Signore, creando dei racconti con una indubbia base storica, ma rielaborati con intento teologico. 
Così, nel racconto trasfigurato della nascita e dei primi tempi della vita di Gesù, il redattore vuole ridare al Messia di Israele e Figlio di Dio quella importanza e gloria che i suoi connazionali non avevano saputo riconoscergli e tributargli adeguatamente nella grotta di Betlemme e nell'umile dimora di Nazareth; prerogative che invece Matteo e la sua comunità giudeo-cristiana già da decenni e con piena convinzione di fede gli riconoscevano.
Il problema era che Gesù compiva le promesse del Primo Testamento, realizzava le antiche profezie, ma non pari pari, alla lettera dei testi, bensì creando un notevole "sconcerto": il Messia viene, è Figlio di Davide, ma non generato da lui; la regalità messianica gli è propria, ma non è caratterizzata dal potere politico; il Figlio di Dio si è manifestato, ma è un nazareno, cioè un perseguitato, cresciuto in terra pagana; Gesù è il Signore, ma non in Gerusalemme, bensì nella Galilea delle genti. Soprattutto: il Messia è apparso e ha predicato, ma è stato rifiutato proprio dal suo popolo e messo a morte. Perché?
Matteo si propone allora di elaborare una vera e propria catechesi per la sua comunità di giudei-cristiani, in cui mostrare che, aldilà dello sconcerto, davvero in Gesù di Nazareth si realizzava il piano di Dio. Per fare ciò, egli si serve di un procedimento teologico caratteristico della scuola rabbinica cui pare appartenesse e che consisteva nel meditare sulle Scritture con i metodi del giudaismo del tempo. Uno di questi era il Midrash, una forma di rilettura di testi sacri precedenti, che sviluppava, arricchiva, trasponeva il messaggio primitivo, interpretandolo con una certa libertà, in modo da rispondere ai problemi del tempo, fino a dare ai testi antichi un senso nuovo.
I capp. 1 e 2 del primo evangelista sono appunto la rilettura-attualizzazione delle Scritture in occasione di avvenimenti nuovi, un modo di capire la realtà vissuta alla luce della Parola di Dio, mettendo in risalto l'armonia esistente tra le realtà presenti (fondamentalmente la vicenda di Gesù di Nazareth) e le parole della Scrittura.
Così nella sequenza di 1,18 - 2,25 Matteo riunisce cinque episodi delle origini di Gesù, collegandoli - mediante il procedimento midrashico - ad altrettanti testi dell'Antico Testamento, allo scopo di presentare l'infanzia del Nazareno, da un lato come contenente in germe tutte le antiche vocazioni (da quella di Mosè a quella di David) che egli realizza; dall'altro come già segnata, "in nuce", da quei tratti (universalismo - cfr. episodio dei Magi -, rifiuto - cfr. Erode, - non considerazione e disprezzo per la provenienza dall'oscura Nazareth) che avrebbero caratterizzato tutta la sua vicenda storica.
Ad esempio, nella pericope del massacro dei bambini innocenti (Mt.2, 16-18), il redattore vuole mostrare che Gesù Cristo è il nuovo Mosè atteso dagli Ebrei per siglare una nuova Alleanza. Infatti, quando Gesù era bambino (come Mosè), dovette affrontare una tragica persecuzione (come Mosè) e riuscì a salvarsi miracolosamente da Erode, che lo cercava per ucciderlo, quantunque questa fuga abbia significato la morte di altri bambini innocenti al suo posto (proprio come Mosè, anche in quest'ultimo tragico evento - cfr. Es.2,1 ss).
Matteo dunque attualizza la Scrittura, mostrandone la realizzazione in Gesù; e nello stesso tempo intende far superare lo "sconcerto" suscitato dalla realtà di un Messia non glorioso e vittorioso, come ci si aspettava, ma osteggiato e perseguitato, richiamando la nostra attenzione su un Bambino che fin dal suo apparire sulla scena del mondo, è fatto oggetto di trame oscure e letali da parte di malvagi, situazione di "persecuzione del giusto" peraltro già più volte contemplata nella Storia della Salvezza.
Nel costante richiamo alle Scritture si collocano le famose "citazioni di adempimento" tipiche del 1° evangelista, che ci presenta Gesù nella sua piena corrispondenza al progetto divino rivelato al popolo dell'antica alleanza, Colui nel quale le promesse fatte ai padri si compiono. Nella pericope odierna ne troviamo due. La prima è relativa al fatto che Giuseppe resta in Egitto con Gesù e Maria fino alla morte di Erode, "perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Dall'Egitto ho chiamato mio figlio." (v.15 b)
Lungo il corso della storia biblica l'Egitto appare più volte come il rifugio sicuro di gente spinta all'esilio dalla fame (così per i figli di Giacobbe - cfr. Gen.42 ss.) e di rifugiati politici (cfr.1°Re 11,40 e Ger. 26,21), situazioni ora riassunte e simboleggiate nell'episodio (solo di Matteo) della fuga di Gesù, il quale è il nuovo Israele. La citazione del profeta Osea, che parlava del popolo ebraico prescelto da Dio (tanto da essere detto "mio figlio") e tratto dall'Egitto alla terra promessa, trova ora, nel Messia, il suo pieno significato: è Gesù il vero Figlio di Dio, nel senso proprio e totale del termine. 
Quanto all'altra citazione di adempimento pure tratta dai profeti, "Sarà chiamato Nazareno" (v.23), probabilmente Matteo vuole stornare dall'appellativo (attribuito a Gesù dalla tradizione giudaica) l'alone di disprezzo suscitato dall'irrilevanza della borgata di provenienza (Nazareth era un paese piccolissimo, con pochissimi abitanti, mai citato nell'Antico Testamento). E questa volta utilizza lo strumento (proprio dell'esegesi ebraica) della paronomasia, o somiglianza dei nomi; egli individua nelle Scritture due termini assonanti con Nazareno, che "riscattano" lo spregiato nomignolo: "nazìr", il "consacrato", cioè una persona particolarmente "santa" e dedicata al Signore (cfr. Gdc.13,5.7), come la missione del Figlio rivelerà, e "nétzer", "germoglio", che Isaia usa in senso messianico (cfr.11,1) quando annuncia il virgulto che spunterà dal tronco di Iesse.
Cioè: il soggiorno di Gesù a Nazareth non è casuale, ma rientra nel piano divino. Il nome stesso del piccolo centro abitato ci ricorda che Cristo è dono di Dio, a Lui consacrato, è un germoglio prodotto non dal nostro tronco secco, ma dalla fecondità di Dio.

mercoledì 28 dicembre 2016

SAINTS PIERRE ET PAUL

SALMO 70. DIVO BARSOTTI


SALMO 70. DIVO BARSOTTI

Vieni a salvarmi, o Dio,
vieni presto, Signore, in mio aiuto.
Siano confusi e arrossiscano
quanti attentano alla mia vita.
Retrocedano e siano svergognati
quanti vogliono la mia rovina.
Per la vergogna si volgano indietro
quelli che mi deridono.
Gioia e allegrezza grande
per quelli che ti cercano;
dicano sempre: «Dio è grande»
quelli che amano la tua salvezza.
Ma io sono povero e infelice,
vieni presto, mio Dio;
tu sei mio aiuto e mio salvatore;
Signore, non tardare.
Vieni presto, Signore, in mio aiuto

Il Salmo è uno dei più semplici e anche letterariamente dei più poveri. Non ha nulla che richiama particolarmente l'attenzione nei confronti degli altri Salmi; ma appunto per questo dice uno dei motivi fondamentali di tutto il Salterio. La preghiera sorge dall'angoscia, dalla pena. La condizione dell'uomo quaggiù, stando al Salterio, è una condizione di sofferenza, di miseria, di povertà. L'esperienza umana sembra non essere altro che dolore. È la vita con tutti i suoi casi, che infierisce sugli uomini. E gli uomini invece di rendere meno duro il pesante il fardello di questa pena, lo gravano perché non vi è amore in questa umanità di cui il salmista rende testimonianza. L'uomo si sente solo, come soffocato da ogni parte, e si sente solo e perseguitato da tutti: dalla vita, dagli avvenimenti, dalla storia, dalla creazione soffre violenza e gli uomini ugualmente li sono nemici.
Ecco donde sorge, dunque, la preghiera: da una esperienza la più dolorosa, la più tagliente, della solitudine nostra quaggiù. L'unico col quale veramente l'uomo entra in comunione, in questa inimicizia degli elementi e degli uomini, e Dio: a questa comunione lo forzano appunto la tristezza, la malattia e la persecuzione. Incalzato dalla sua pena e dalla sua sofferenza, l'uomo non trova altra apertura che nell'altro. E la sua anima si apre a Dio nell'invocazione, nella implorazione dolorosa, nella preghiera. Mi sembra che questo sia l'insegnamento fondamentale di tutto il Salterio. Il Salterio è la preghiera della Chiesa, è la preghiera del cristiano. Sembra non dirci fondamentalmente altro che questo: la vita dell'uomo è pena ed è sofferenza, l'uomo non può trovare sollievo altro che rivolgendosi a Dio. In verità debbo dire che io sono stato tentato di credere che anche il Salterio fosse ben limitato nei suoi temi, che in fondo questo maiuscoli fra le Salterio che tanto esaltiamo non dicesse che una cosa, non svelasse che uno degli atteggiamenti propri dell'uomo: come facciamo a trovare tutta la vita umana, tutta la storia degli uomini in questi brevi canti che sono un fastidioso ripetersi di lamenti? Veramente fastidioso perché poi, oltre tutto, non fanno che ripetersi. Com'è che si può dire che il Salterio sia un grande libro di preghiera? L'uomo sembra che non sappia liberarsi della sua pena, non fa che assaporarla e forse anche esagerarla per ottenere più facilmente l'aiuto di Dio. Così ero tentato di credere, poi mi sono detto che non potevo essere io a giudicare il Salterio, era anzi il Salterio che giudicava me; non posso io giudicare la parola di Dio, è la parola di Dio che giudica me. Il Salterio ci dice veramente quella che è la condizione dell'uomo, quella condizione che l'uomo molto spesso cerca di nascondere anche a se stesso o di cui non si accorge a causa della sua superficialità. La condizione dell'uomo quaggiù! Ma è spaventosa! È veramente tragica se Dio non è con noi. Tutti i contenuti che il mondo ci può offrire, non parlo delle cose cattive, parlo delle cose più alte, non sono che un palliativo per questo senso di solitudine che l'uomo prova, per questo senso della fragilità mostruosa e terribile dell'essere suo. Non abbiamo davanti che la morte e non viviamo nel momento presente che estranei a tutto, mentre tutto è estraneo a noi.
Veramente il peso della vita ci dovrebbe schiacciare se noi non avessimo la possibilità di trasformare l'angoscia in preghiera. Ed è proprio questo che fa il Salterio: trasforma la pena umana, così universale, in una preghiera universale. È l'unica cosa, direi, che fondamentalmente ci insegna il Salterio. Si può dire, ed è stato anche detto, che è il cristianesimo, in fondo, che è triste, che ci richiama alla meditazione della nostra povertà. Per uno che non fosse religioso, che non fosse cristiano, sarebbe facile liberarsi da questa esperienza e superarla nell'oblio; ma il superamento, se pure è possibile, della nostra sofferenza nell'oblio e nella dimenticanza non sarebbe una più spaventosa miseria per noi? Possiamo noi indurci a vivere una vita di tre giorni senza sentire questo incombere del mistero della morte sulla nostra vita fuggitiva? Possiamo noi non avvertire nell'intimo dell'anima nostra che siamo creati per cose più grandi di quelle che noi non sappiamo definire, che non troviamo quaggiù, onde costantemente e in ogni cosa proviamo l'amarezza della delusione? delusione anche nelle cose più grandi, anzi tanto più dolorosa quanto più le cose sono grandi. Il salmista probabilmente era deluso proprio da Dio, deluso dal modo onde il Signore governava la nazione, onde guidava i suoi passi. Da sua vita individuale, la vita nazionale, non era una gran delusione se egli doveva credere nell'elezione di Dio?
Non ci rimane che la preghiera. E cosa ancora più terribile è questa: che alla preghiera sembra che nessuno risponda; il Salterio infatti non è che questo lamento. Non è un lamento cui segue poi immediatamente la risposta divina! No, la preghiera e speranza.
È certo sicurezza di esaudimento, ma l'esaudimento nel Salterio non c'è: una preghiera di lamento succede a una preghiera di lamento e questa ad un'altra preghiera di lamento. Sono tutte suppliche e tutti lamenti, l'anima rimane costantemente fino alla morte in questo appello alla divina bontà, in questa implorazione alla divina misericordia, e Dio sembra ascoltarla soltanto sostenendo la sua speranza fino all'ultimo giorno, facendo sì che essa non debba precipitare nello scoraggiamento e nell'avvilimento interiore a motivo di questa sua pena che ogni giorno diviene sempre più pesante e più grave. Quanto più l'anima va davvero avanti nel suo cammino anche umano, quanto più cioè essa vive una vita umanamente più intensa, tanto più sperimenta anche la propria estraneità a tutte le cose e agli uomini stessi.
La mostruosa fragilità dell'essere solo! Che cosa noi siamo? Oh! Vivere davvero come uomini vorrebbe dire pregare! Cerchiamo di vivere davvero come uomini, cerchiamo di renderci conto davvero di quello che è la nostra vita e di assaporare fino all'ultimo tutta la sua amarezza, tutta la tremenda sua pena. Saremo sforzati anche noi, necessariamente a trasformare questa pena in preghiera, in implorazione che sale a Dio. Ed è già una cosa mirabile questa. Lasciamo da parte che Dio ci esaudisca o no - è già una cosa immensa questa! Che noi da questo abisso di miseria e di povertà possiamo rivolgerci a Dio, non è già una cosa grande? Non è già una cosa immensa che, mentre tutto si chiude alla nostra parola, Uno invece ci ascolta, ed è il Signore, Dio immenso.
Si parla della preghiera: è possibile davvero questa preghiera? E che cos'è questa preghiera? È una cosa così straordinaria! Pensare che noi si può parlare a Dio, pensare che Dio ci ascolta! Ebbene, tutta la nostra vita, se veramente noi la viviamo con intensità, con sincerità, non può non divenire preghiera. Non potrebbe l'uomo accettare la sua vita, non potrebbe viverla, se non la trasformasse in preghiera. Ed ecco anche perché penso che anche coloro che negano Dio non potrebbero rifiutarsi di pregare, non potrebbero non pregare. Quando l'anima soffre (e l'anima umana sempre soffre) non può accettare questa sofferenza, né viverla, che trasformandola in una implorazione a Uno che ascolta.

Vieni a salvarmi, o Dio,
vieni presto, Signore, in mio aiuto.
Siano confusi e arrossiscano
quanti attentano alla mia vita.
Retrocedano e siano svergognati
quanti vogliono la mia rovina.

Il Salmo è semplicissimo: è un grido di aiuto, ed è questa la preghiera. L'unica cosa che mi sembra si dovesse notare è che il primo versetto non soltanto è usato dalla Chiesa all'inizio di ogni ora canonica: "Deus in audiutorium meum intende, Domine ad adiuvandum me festina", ma era precisamente questa la continua preghiera dei Padri del deserto, secondo Cassiano. E questo vuol dire che questo grido è veramente il grido che esprime più di ogni altra parola la necessità che ha l'anima del soccorso divino, dell'aiuto di Dio. Però mi sembra che sia più adatta al cristiano quella che poi è divenuta la formula della preghiera continua nell'Oriente, perché nel nostro caso è soltanto un'invocazione a Dio, ma questo Dio non è ancora Cristo Signore; non è ancora esplicito il mistero di una redenzione divina che Dio compiuto nel Cristo. Il soccorso che Dio ci porta si compie nella discesa del Cristo verso di noi, in questa presenza di Gesù che è nostro Salvatore, sicché ci sembra migliore oggi la formula della continua preghiera che è propria dell'Oriente e che anche noi abbiamo fatto nostra: "Signore Gesù Cristo Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore". Questa preghiera dice da una parte tutta la miseria dell'uomo e il bisogno che ha l'uomo di una grazia divina, di un aiuto di Dio, dall'altra dice in che modo Gesù veramente risponde alla nostra preghiera, in che modo Egli ci soccorre attraverso il mistero del Cristo. Mi sembra che da quando si è detto questo, in fondo, si è detto tutto riguardo a questo Salmo, che non ha bisogno di un grande commento; è una semplice invocazione di aiuto, una invocazione certo veramente viva, una invocazione che nasce da un sentimento profondo della propria miseria e del proprio bisogno. Quello che deve essere l'atteggiamento dell'orante, qui è espresso in modo chiarissimo, ma non è che questo Salmo contenga delle particolari verità, tranne questa: la miseria dell'uomo, la grandezza di Dio, la sua volontà di soccorrerci, la necessità che questo soccorso sia pronto, immediato, perché immediato per l'uomo e il pericolo di una rovina.

lunedì 26 dicembre 2016

Le Roi Boson et Saint Etienne (studio in inglese, interessante)

IL SALMO DI SAN FRANCESCO PER IL TEMPO DI NATALE


IL SALMO DI SAN FRANCESCO PER IL TEMPO DI NATALE

(Dal suo Ufficio della Passione, salmo XV)

Quando si pone in relazione il Natale con Francesco d'Assisi, molti pensano spontaneamente al suo famoso presepio di Greccio. Ciò che egli, in quella notte santa del 1223 nel bosco vicino al paesino di Greccio, ha inscenato in modo così commovente, è da rileggere all'interno di un contesto più ampio. Infatti, Francesco recita ripetutamente durante tutto il tempo di Natale un salmo che egli stesso aveva composto. Vogliamo innanzitutto addentrarci in questo testo sicuramente autentico del santo di Assisi, ma tuttavia poco conosciuto, e poi alla fine ritorneremo al bosco di Greccio.

Un ufficio proprio della Passione
Il salmo di Natale ha la sua origine nell'Ufficio della Passione "che il beatissimo padre nostro Francesco compilò a riverenza e memoria e lode della passione del Signore", come si legge nella rubri-ca posta all'inizio di questa preghiera privata (FF 279).
I quindici salmi che compongono l'ufficio di san Francesco si distribuiscono lungo l'anno li-turgico nel modo seguente: Sette salmi per il Triduo pasquale e per le settimane dell'anno feriale, due per il tempo di Pasqua, tre per le domeniche e le feste principali, due per il tempo di avvento e infine uno solo "Per il tempo della Natività del Signore fino all'ottava di Epifania". Nella rubrica di questo salmo si legge: "Nota che questo salmo si dice dalla Natività del Signore fino all'ottava dell'Epifania a ciascuna ora" (Fonti Francescane. Nuova edizione, a cura di E. CAROLI, Padova 2004, p. 216; FRANCESCO D'ASSISI, Scripta / Scritti, ed. critica a cura di C. PAOLAZZI, Grottaferrata 2009, p. 107).
Diversamente dalle altre feste dell'anno liturgico, Francesco prevede dunque per il tempo di Natale un unico salmo, il quale resta invariato per tutte le Ore Canoniche. La sua preghiera privata da Natale fino a otto giorni dopo l'Epifania, era composta dalla recita di un unico salmo. Ciò lascia capire quanto fosse per lui importante questo salmo. Evidentemente egli credeva che le immagini intrecciate nel salmo fossero così profonde e piene di contenuto che il Salmo poteva essere recitato anche sette volte al giorno e questo durante le tre settimane del tempo natalizio.

Il Salmo di Natale
Nel testo qui offerto verranno indicate, trascritte in corsivo, le aggiunte personali, nelle quali Francesco spesso allude ai racconti evangelici dell'infanzia tratti dal vangelo di Luca o cita singole pa-role da questo o da quel testo liturgico. Invece le citazioni dei salmi utilizzati da Francesco saranno in-dicate in carattere tondo. - Come ogni salmo dell'Ufficio, così anche questo è introdotto e concluso con una Antifona mariana.

Antifona
1Santa Maria Vergine, 
nel mondo tra le donne non è nata alcuna simile a te, 
2figlia e ancella dell'altissimo sommo Re, il Padre celeste, 
madre del santissimo Signore nostro Gesù Cristo, 
sposa dello Spirito Santo; 
3prega per noi con san Michele arcangelo e con tutte le potenze angeliche dei cieli 
e con tutti i santi, presso il tuo santissimo diletto Figlio, Signore e Maestro.   (FF 281)

Salmo
1Esultate in Dio, nostro aiuto (S 80,2), * 
giubilate al Signore Dio vivo e vero con voce di esultanza (cf. S 46,2).

2Poiché eccelso e terribile è il Signore, * re grande su tutta la terra (S 46,3).

3Poiché il santissimo Padre celeste, nostro Re prima dei secoli (cf. S 73,12), † 
ha mandato dall'alto il suo Figlio diletto, * ed egli è nato dalla beata Vergine santa Maria.

4Lui lo ha invocato: "Tu sei mio Padre"; † ed Egli lo costituì suo primogenito, * 
più alto dei re della terra (S 88,27-28).

5In quel giorno il Signore ha mandato la sua misericordia, * 
e nella notte il suo cantico (cf. S 41,9).

6Questo è il giorno, che ha fatto il Signore: * esultiamo in esso e rallegriamoci (S 117,24).

7Poiché il santissimo bambino diletto è dato a noi; † 
e nacque per noi (cf. Is 9,6) lungo la via e fu posto nella mangiatoia,* 
perché egli non aveva posto nell'albergo (cf. Lc 2,7).

8Gloria al Signore Dio nell'alto dei cieli, * 
e pace in terra agli uomini di buona volontà (cf. Lc 2,14).

9Si allietino i cieli ed esulti la terra, †  frema il mare e quanto racchiude, * 
gioiscano i campi e quanto contengono (S 95,11-12).

10Cantate a lui un cantico nuovo; * cantate al Signore da tutta la terra (S 95,1).

11Poiché grande è il Signore e degno di ogni lode,* è terribile sopra tutti gli dei (S 95,4).

12Date al Signore, o terre dei popoli, † date al Signore la gloria e l'onore; * 
date al Signore la gloria del suo nome (S 95,7-8).

13Portate in offerta i vostri corpi † e prendete sulle spalle la sua santa croce (cf. Lc 14,27) * 
e seguite sino alla fine i suoi santissimi comandamenti (cf. 1 Pt 2,21).

Gloria al Padre…   Come era nel principio… (Scripta / Scritti, 105/107; cf. FF 303).

Un testo composito
Come gli altri salmi dell'Ufficio della Passione, anche il salmo di Natale è il risultato di un mo-saico di citazioni tratte dal Salterio e dalla liturgia, con aggiunte personali. Quest'ultime nel salmo di Natale sono più numerose che negli altri salmi, composti da Francesco per contemplare la vita e le sof-ferenze di Gesù. E questo perché evidentemente il mistero dell'incarnazione lo ha impressionato in modo molto profondo, o anche perché nel parlare di questo mistero egli non ha trovato molti modelli nei salmi dell'AT. Le aggiunte personali del santo sono molto ispirate al vangelo di Natale. Lo stile a-dottato nel ripresentare l'annuncio del Natale è essenziale: La nascita di Gesù a Betlemme non viene narrata né in modo letterale né in modo completo; gli angeli, i pastori e Giuseppe non sono nominati espressamente; manca anche ogni rinvio alla strage degli innocenti e alla fuga in Egitto. In primo piano invece sta il mistero della notte santa: il Padre santissimo ci dona il suo unico figlio attraverso la vergi-ne Maria. Questo è il motivo di gioia per tutta la creazione. 

Interpretazione
Scorrendo i singoli versetti, si scoprono i pensieri conduttori che hanno ispirato e guidato Fran-cesco nella composizione del salmo. In modo molto ordinato all'invito al giubilo ripetuto tre volte (v. 1.6.10) segue la motivazione, introdotta da "poiché" (v. 2-3.7.11). L'invio da parte dell'altissimo Dio del suo amato Figlio dall'alto costituisce il centro della professione di fede fatta da Francesco in questo salmo.
Già nella prima parola, il versetto 1 esprime la gioia che si origina dal Natale. Quasi come un titolo il versetto annuncia che il salmo invita alla gioia poiché nella notte di Natale Dio si è manifestato come "nostro aiuto" e, come aggiunge Francesco, come "Dio vero e vivo". Questa aggiunta che ri-chiama 1 Ts 1,9 e anche il Canone romano della Santa Messa, sottolinea, come per Francesco Dio non sia una idea astratta, ma una presenza vivente, una realtà indiscutibile a partire dalla quale e nella quale egli vive e agisce.
I versetti 2-3 danno il motivo della gioia: il Signore è l'altissimo e tuttavia non ritiene troppo alto e umiliante inviare il suo Figlio. Diventa chiaro qui che con le espressioni "Signore" e "Dio", pre-senti nei vv. 1 e 2, si intende il Padre. Mediante concetti contrapposti Francesco sa ammirare la gran-dezza del mistero: l'altissimo e santissimo Padre e re dei secoli invia il suo Figlio nella bassezza di questo nostro mondo e nel nostro tempo. I termini "Padre santo" e "Figlio diletto" esprimono l'intima relazione tra Padre e Figlio, come è descritto nel NT (cf. Gv 17) e come viene percepito da Francesco. Anche negli altri salmi dell'Ufficio del Poverello l'invocazione "Padre santissimo" costituisce una tipi-ca parola chiave. Francesco non riusciva a dire semplicemente "Padre nostro", ma vi aggiungeva sem-pre l'aggettivo santo o il suo superlativo santissimo. Anche l'altra espressione, quella di "Figlio dilet-to" è per lui tipica. Santissimo manifesta di più la trascendenza del Padre, mentre diletto esprime mag-giormente la vicinanza del Figlio nei confronti dell'uomo. - Mediante la nascita di Gesù, cioè del Figlio di Dio, Maria partecipa alla santità del Padre; per questo egli la esalta come beata e santa.
Mentre nei versetti 1 e 2 l'orante si è attenuto di più al modello del salmo, ora nel versetto 3 emergono con più libertà elementi personali. Per proclamare l'altezza e l'eternità di Dio, solo alcune parole sono prese dal salmo 73, tutto il resto è una sua composizione, la quale nel suo contenuto e nel suo vocabolario si appoggia direttamente alla Scrittura e alla liturgia. Questo versetto (e anche il v. 7) è il centro e il nucleo del mistero di Natale, è il credo di Francesco, il credo della Chiesa.
Il versetto 4 può venir compreso solo se posto in relazione con il salterio. Nel salmo 88 parla Davide, il quale si ricorda che egli, quale figlio più giovane di Iesse, venne innalzato da Dio stesso a Re di Israele (cf. 1Sam 16,1-13). Francesco applica queste parole a Gesù che invocò Dio come suo "Abba, Padre" (Giov 17,1.11.24; Lc 23,46) e che per questo fu da lui innalzato quale primogenito sopra tutti i re della terra. Se questa interpretazione è giusta, allora, nella memoria della nascita di Gesù, risuona già il tema della sua signoria regale. Una conferma ci viene dal salmo per il Venerdì santo dove Francesco prega: "Il Signore ha regnato dal legno" (Dominus regnavit a ligno) (FF 288). - La parola "primogeni-to" potrebbe essere stata la causa dell'uso del salmo 88,28; infatti, ricorrendo il termine nel vangelo di Natale (Lc 2,7), è possibile che Francesco abbia pensato al verso del salmo in cui esso ricorre.
Il versetto 5, tratto dal salmo 41,9, annuncia che Dio offrì giorno e notte la sua misericordia. Tuttavia per adeguare completamente il verso al mistero della festa, Francesco aggiunge un pronome dimostrativo: "in quel giorno", indicando quasi con il dito il giorno di Natale. E il cantico che "nella notte" si è udito, lascia pensare agli angeli della notte santa.
Dopo che il verso 5 ha innalzato la notte di Natale come dono della misericordia di Dio, ora il versetto 6 la celebra come "giorno del Signore", e questo mediante l'impiego di un noto versetto del salmo 117. Lo sguardo ad un altro salmo di Francesco ci rivela una linea di pensiero comune: il mattu-tino di Pasqua caratterizza il giorno di Pasqua con la stessa espressione del salmo 117. Per Francesco sia il Natale che la Pasqua sono giorni "fatti dal Signore". Solo la motivazione cambia: nel salmo pa-squale Francesco resta legato alle parole dei salmi dell'AT; non lo spinge ad una partecipazione propria e soggettiva. Il motivo di ciò risiede sicuramente nel fatto che il mistero della risurrezione è molto più sottratto alla sensibilità umana che la nascita del bambino divino. Quanto di più il Natale abbia toccato l'"araldo del gran Re" - come amava definirsi Francesco - e abbia suscitato il suo sentimento, emerge dal versetto seguente che dà la motivazione dell'invito ad essere nella gioia e nel giubilo.
Il versetto 7 abbandona completamente l'involucro dei salmi con i quali Francesco fin qui ha rivestito le sue parole. Ora egli esprime il centro del suo pensiero con l'aiuto delle letture della festa li-turgica. Mediante piccole trasformazioni e adattamenti egli unisce in un'unica frase espressioni prese da Is 9,6 e da Lc 2,7. Così il santo collega, in modo impercettibile, il vecchio e il nuovo testamento, fa passare la promessa alla realizzazione. Se confrontato con la setta a lui contemporanea dei Catari, i quali rifiutavano l'Antico Testamento, non è senza significato l'unità qui testimoniata della Scrittura. In questo importante versetto del salmo natalizio si rimane colpiti da come Francesco accentui l'avvenimento storico: il bambino è veramente nato e posto nella mangiatoia. Francesco supera anche il testo di Luca quando aggiunge l'espressione in via. Questa particolarità gli è venuta forse dai vangeli apocrifi o più probabilmente dalla lettura dell'Homilia VIII di Gregorio Magno, incentrata sul Vangelo di Luca 2,1-14 e riportata nel breviario (PL 76, p. 1104). Sebbene l'aggiunta sia piccola, tuttavia essa getta una chiara luce sul concetto di Francesco della povertà e dell'essere pellegrino. Gesù è per lui modello ed esempio. Nell'espressione in via è riassunto ciò che è raccontato brevemente nei vangeli, e più ampiamente nelle rappresentazioni natalizie e cioè il difficile cammino verso Betlemme e l'incerta ricerca di un alloggio. Gesù è nato pellegrino, non in casa dei genitori, ma lungo la via. Fu posto nella mangiatoia degli animali, perché egli non aveva posto nell'albergo. Il non habebat locum di Francesco rinforza il non erat eis locus di Lc 2,7, quasi a mostrare che fin dalla nascita "il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo" (Lc 9,58). A partire da ciò si comprende meglio perché Francesco abbia scelto per sé e i suoi compagni di seguire Gesù in povertà, umiltà e itineranza: "I frati non si approprino di nulla, né casa, né luogo, né alcuna altra cosa. E come pellegrini e forestieri in questo mondo, servendo al Signore in povertà e umiltà, vadano per l'elemosina con fiducia" (Rb 6,1-2: FF 90). E nel suo bi-glietto autografo scritto per frate Leone, Francesco si riferisce alle "parole che ci siamo scambiate lun-go la via (in via)" (FF 250).
In questo verso 7, centrale nel salmo, occorre ancora tener presente un altro aspetto importante: Nel verso 3, Francesco aveva nominato Gesù il "Figlio diletto", ora il suo cuore e la sua affettività lo portano a creare una nuova invocazione: "santissimo bambino diletto". Egli tuttavia non cade nel sen-timentalismo. Il bambino neonato resta per lui il "bambino santissimo" a cui si avvicina con riverenza e allo stesso tempo con tenerezza. L'intimità con cui egli gli si avvicina, non gli fa dimenticare che Ge-sù è nato "per noi". Due volte ricorre questo "noi", che include in se tutti coloro che leggono il salmo. L'affetto amoroso di Francesco al bambino che giace nella mangiatoia non si esprime mediante la for-ma "io-tu", ma attraverso il più ampio "noi". Nel bambino divino tutta la famiglia umana ha ricevuto un dono. Per questo, come mostrano i seguenti versetti, tutti i popoli e perfino l'intera creazione devo-no rendere lode e onore a Dio.
Il versetto 8 riporta, come una specie di risposta al credo natalizio, il famoso canto degli angeli "Gloria in altissimis Domino Deo et in terra pax hominibus bonae voluntatis". Di nuovo è introdotta una parola: "dominus". Tali particolarità dimostrano che Francesco è il compositore del salmo, poiché spesso nelle sue preghiere tramandate si incontra l'aggiunta "Signore (Dominus)", la quale è una parola prediletta del Santo di Assisi, come lo dimostra anche il suo Testamento (Test 1-41).
I versetti 9-12 possono essere presi insieme in quanto derivanti dallo stesso salmo 95. Esso è un salmo di lode che veniva cantato nel mattutino di Natale e dell'Epifania. Dopo aver citato il canto delle schiere celesti che udirono i pastori nei campi (cf. Lc 2,9.13), Francesco continua dicendo: "Si allietino i cieli..., gioiscano i campi...". - Egli pone insieme dei versi che contengono l'invito a tutto il cosmo a dar lode a Dio: cielo e terra, mare e campagna, tutti i popoli e le nazioni devono dare a Dio la lode che  gli spetta. - Il triplice invito del versetto 12, che dice "date (afferte)", fa pensare all'Offertorio e ai (tre) Magi dell'Oriente che offrono all'infante i loro preziosi doni. Così la festa di Natale viene prolungata fino alla festa di Epifania e il vangelo di Natale viene collegato con quello dell'apparizione di Dio da-vanti a tutti i popoli (cf. Mt 2,1-11). Infatti, il tempo di Natale ha il suo apice nell'Epifania!
Il versetto 13 è di nuovo più personale. L'invito iniziale "portate in offerta" si ricollega al versetto precedente e conduce avanti il salmo 95,8 già citato. Tuttavia invece di continuare con le parole "Portate offerte ed entrate nei suoi atri" (S 95,8b), Francesco passa al mondo spirituale del Nuovo Te-stamento: la vera offerta consiste nel dono totale di tutti noi stessi a Dio e cioè dell'anima e del corpo (cf. Rom 12,1), portando su di noi la croce di Cristo. Il portare la croce e la sequela di Gesù vengono qui collegati - come già nel Vangelo (cf. Lc 14,27). Come Gesù chiede di portare giorno per giorno la nostra croce, così anche Francesco: "... seguite sino alla fine i suoi santissimi comandamenti!" Così è conservata la radicalità evangelica. Spesso Francesco esige questa perseveranza per tutta la vita. Il ca-pitolo 21 della regola non bollata, per esempio, conclude con l'ammonimento: "Guardatevi e astenetevi da ogni male e perseverate nel bene sino alla fine" (Rnb 21,9: FF 55).
Il salmo di Natale non si ferma, dunque, solo all'invito alla lode di Dio, ma sfocia nell'esortazione all'azione, e a un agire che coinvolge tutto l'uomo. La vera lode di Dio spinge all'azione la quale a sua volta verifica ciò che è stato celebrato. Solo la fedeltà continua nella donazio-ne di sé al Signore e il compimento della sua volontà mostra se e fino a che punto abbiamo compreso il mistero di Natale.
Il porre insieme in modo inscindibile presepe e croce è la caratteristica emergente nel salmo natalizio del Santo di Assisi. Egli non si compiace solo di una gioia sganciata dalla vita, ma pone in e-videnza la serietà dell'evento compiuto da Dio, evento che richiede la nostra risposta di vita e il nostro impegno di una perseverante sequela di Gesù Cristo. È una cosa stupenda come Francesco, nel suo breve salmo, unisca la maestà e l'umiltà di Dio, la mangiatoia e la croce, la lode e la sequela, l'uomo e il cosmo. Una visione quasi completa del credo cristiano! 

La festa di Natale a Greccio
Ritorniamo ora a Greccio, nel luogo che noi uniamo di solito con il Natale francescano. Grec-cio ci mostra soprattutto il lato affettivo degli avvenimenti. Come ha celebrato Francesco la nascita del redentore?
Il primo biografo di Francesco, Tommaso da Celano, nella sua Vita beati Francisci (1 Cel 84-86: FF 466-470) descrive, pieno di entusiasmo, la celebrazione del Natale avvenuta a Greccio nell'anno 1223. Al racconto di Tommaso si rifà anche Bonaventura, il quale nella sua Legenda maior (1262) narra, in un modo più organizzato, l'avvenimento (LegMai X,7: FF 1186). Da essi veniamo a sapere come Francesco ha celebrato la festa della nascita del Signore: Il più fedelmente possibile egli volle creare una seconda Betlemme, con l'asino e il bue, con la mangiatoia come culla per il bambino Gesù, all'aperto e durante la notte. A questo evento egli invitò tutti i suoi frati che stavano nei romitori circostanti e anche la gente del borgo di Greccio e dei dintorni. Con essi il Santo si portò con ceri e fiaccole in solenne processione nel luogo già in antecedenza preparato e lì iniziò una sacra rappresenta-zione dell'incarnazione di Dio. La festa notturna celebrata all'aperto era unita a una Messa, dove Fran-cesco ufficiò come diacono. Cantò con voce commovente il vangelo della nascita di Gesù e poi predi-cò. La sua predica non fu una esposizione professorale, ma innanzitutto gestuale e quasi mimica. Pre-dicò con il cuore e con le mani, con il volto e i gesti, con la parola e con la sua presenza. L'intero corpo espresse la pienezza entusiasta delle esperienze interne. Come racconta il Celano, egli dava l'impressione di un bambino balbettante o di una pecora belante quando egli pronunziava le parole "Ge-sùuu" e "Bet-lee-heem".
Dopo l'incomparabile e inimitabile annuncio della parola, nel quale Francesco più che interpretarlo con parole, mimò ed espresse in gesti il mistero della nascita del figlio di Dio, il frate sacerdote, che con Francesco salì all'altare posto sopra la spaccatura di una roccia, continuò la celebrazione euca-ristica. Il mistero dell'incarnazione sfociò in quello della redenzione e della presenza sempre nuova del Gesù glorificato nell'Eucarestia.
Dopo aver visto come Francesco abbia compreso e annunciato la nascita di Cristo, riesprimen-dola quasi in modo visibile attraverso i gesti e tutto il suo corpo, possiamo ora immaginarci con quale offerta di sé egli salutò il Salvatore che scende sull'altare, e con quanta devozione lo adorò e lo ricevet-te nella santa comunione.
Ciò che è stato celebrato a Greccio fu più che una rappresentazione sacra. Mediante la connes-sione con la Santa Messa il gesto divenne una celebrazione liturgica quasi drammatica, il cui elemento principale non è la rappresentazione di un evento, ma l'attualizzazione e la rivitalizzazione di un miste-ro di fede. Infatti, come racconta ancora il Celano, venne ridestata a nuova vita quella fede che era spenta nel cuore di molti.
La liturgia natalizia di Greccio non resta fissata a ciò che accadde a Betlemme, ma segue Gesù fino al Golgota e lo riconosce come colui che è risorto e glorificato, e che oggi nuovamente si abbassa e si dona a noi nella comunione. In questo modo il presepe, la croce e l'altare vengono uniti in una unica e medesima festa. Non è difficile qui scoprire una connessione con il salmo natalizio, nel quale la nota caratteristica era appunto la visione d'insieme tra presepe e croce. Nella celebrazione di Greccio la linea è stata tirata ancora più avanti fino all'eucarestia, nella quale Dio continua a donarsi a noi nel suo Figlio. L'umiltà di Dio altissimo, verificatasi a Betlemme, si prolunga nella storia e si attua in ogni eu-carestia, come Francesco espone mirabilmente nella Prima Ammonizione: "Ogni giorno egli si umilia (…), ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull'altare nelle mani del sacerdote. (…) E in tale maniera il Signore è sempre presente con i suoi fede-li, come egli stesso dice: "Ecco, io sono con voi sino alla fine del mondo" (Mt 28,20)" (Amm 1,16-22: FF 144-145). La presenza eucaristica è una presenza natalizia.
La notte santa di Greccio fu una festa unica. Infatti non sarebbe facile ripeterla nella sua intensi-tà, originalità e vivacità. Accanto allo splendore festoso di Greccio e nello stupore di quella meravi-gliosa celebrazione inscenata dal Poverello, vale tener presente il suo sobrio e serio salmo natalizio che invita alla sequela; un salmo che Francesco e i suoi compagni hanno recitato più volte giorno per gior-no nel tempo di Natale. Questa salmo-meditazione caratterizzava la giornata intera e faceva emergere dalla loro quotidianità ciò che accadde a Greccio in quella quasi irripetibile celebrazione.

Con gli auguri di un santo Natale

Roma 10 dicembre 2010

fra Leonard Lehmann

domenica 25 dicembre 2016

NATALE (DA JOSEPH RATZINGER)


NATALE (DA JOSEPH RATZINGER) 

da Chi ci aiuta a vivere? Su Dio e l’uomo, Queriniana, pagg.97-103

Le luci del natale risplendono nuovamente nelle nostre stra­de, l'operazione natale è in pieno svolgimento. Per un momen­to, anche la chiesa viene resa partecipe, per così dire, della con­giuntura favorevole: nella notte santa le case di Dio si stipano di tutte quelle persone che poi, per molto tempo, passeranno nuo­vamente dinanzi alle porte delle chiese come davanti a qualcosa di molto lontano ed estraneo, che non li riguarda. Ma, in questa notte, chiesa e mondo sembrano per un istante riconciliati. Ed è davvero bello! Le luci, l'incenso, la musica, lo sguardo delle persone che riescono ancora a credere e, infine, il misterioso e antico messaggio del bambino, nato molto tempo fa a Betlem­me e chiamato il redentore del mondo: «Cristo, il salvatore, è qui!». Questa idea ci commuove. Eppure, i concetti che ora udiamo di ‘redenzione’, ‘peccato’, ‘salvezza’ risuonano come parole provenienti da un mondo da tempo ormai passato; forse questo mondo era bello, ma, in ogni caso, non è più il nostro. O lo è, invece? Il mondo in cui sorse la festa di natale era domina­to da un sentimento che è molto simile al nostro. Si trattava di un mondo in cui il ‘crepuscolo degli dèi’ non era uno slogan, ma un fatto reale. Gli antichi dei erano a un tratto divenuti irreali: non esistevano più, la gente non riusciva più a credere ciò che per generazioni aveva dato senso e stabilità alla vita. Ma l'uomo non può vivere senza senso, ne ha bisogno come del pane quoti­diano. Così, tramontati gli antichi astri, egli dovette cercare nuove luci. Ma dov'erano? Una corrente abbastanza diffusa gli offriva come alternativa il culto della ‘luce invitta’, del sole, che giorno dopo giorno percorre il suo corso sopra la terra, sicuro della vittoria e forte, quasi come un dio visibile di questo mon­do. Il 25 dicembre, al centro com'è dei giorni del solstizio inver­nale, doveva essere commemorato come il giorno natale, ricor­rente ogni anno, della luce che si rigenera in tutti i tramonti, ga­ranzia radiosa che, in tutti i tramonti delle luci caduche, la luce e la speranza del mondo non vengono meno e da tutti i tramonti si diparte una strada che conduce a un nuovo inizio.
Le liturgie della religione del sole avevano molto abilmente assunto un'angoscia e una speranza originarie dell'uomo. L'uo­mo primitivo che, in passato, nelle notti sempre più lunghe d'autunno e nella forza sempre più debole del sole, aveva avver­tito l'arrivo dell'inverno, si era chiesto ogni volta con angoscia: muore davvero il sole dorato? Ritornerà? O finirà, quest'anno o un altr'anno, con l'esser vinto dalle forze maligne delle tenebre, così da non ritornare mai più? Il sapere che ogni anno ritornava il solstizio d'inverno garantiva in fondo la certezza della rinno­vata vittoria del sole, del suo sicuro e perpetuo ritorno. È la fe­sta in cui si compendia la speranza, anzi, la certezza dell'indi­struttibilità delle luci di questo mondo. Quest'epoca, nella qua­le alcuni imperatori romani avevano cercato di dare ai loro sud­diti, in mezzo all'inarrestabile caduta delle antiche divinità, una fede nuova con il culto del sole invitto, coincide col tempo in cui la fede cristiana tese la sua mano all'uomo greco-romano. Essa trovò nel culto del sole uno dei suoi nemici più pericolosi. Tale segno, infatti, era posto troppo palesemente davanti agli occhi degli uomini, in maniera molto più palese e allettante del segno della croce, col quale procedevano gli araldi cristiani. Ciononostante, la fede e la luce invisibile di questi ultimi ebbe­ro il sopravvento sul messaggio visibile, col quale l'antico paga­nesimo aveva cercato di affermarsi.
Molto presto i cristiani rivendicarono per loro il 25 dicem­bre, il giorno natale della luce invitta, e lo celebrarono come na­tale di Cristo, come giorno in cui essi avevano trovato la vera lu­ce del mondo. Essi dissero ai pagani: il sole è buono e noi ci ral­legriamo non meno di voi per la sua continua vittoria, ma il sole non possiede alcuna forza da se stesso. Può esistere e aver forza solo perché Dio lo ha creato. Esso ci parla quindi della vera lu­ce, di Dio. E il vero Dio che si deve celebrare, la sorgente origi­naria di ogni luce, non la sua opera, che non avrebbe alcuna for­za da sola. Ma questo non è ancora tutto, non è ancora la cosa più importante. Non vi siete accorti forse che esistono un'oscu­rità e un freddo, nei riguardi dei quali il sole è impotente? È quel freddo che sorge dal cuore ottenebrato dell'uomo: odio, ingiustizia, cinico abuso della verità, crudeltà e degradazione dell'uomo... A questo punto, ci accorgiamo, come d'improvviso, che tutto questo è per noi stimolante e attuale, sentiamo che il dialogo del cristiano con gli adoratori romani del sole è, al tempo stesso, il dialogo del credente di oggi col suo fratello in­credulo, è il dialogo incessante tra fede e mondo. Ma, si dice, la paura primitiva che il sole potrebbe un giorno morire, da tempo ormai non ci preoccupa più. La fisica, col fresco alito delle sue chiare formule, l'ha da tempo uccisa. È vero, l'angoscia primiti­va è passata, ma si può dire che l'angoscia sia con questo davve­ro scomparsa? O, forse, non è sempre l'uomo un essere d'ango­scia, a tal punto che la filosofia odierna indica l'angoscia addi­rittura come ‘esistenziale fondamentale’ dell'uomo? Quale periodo della storia dell'umanità ha sperimentato, più del nostro, un'angoscia maggiore di fronte al proprio futuro? Forse l'uomo di oggi si accanisce nel presente solo perché non riesce a guar­dare in faccia il futuro: il solo pensarvi gli procura degli incubi. In altre parole, non abbiamo più paura che il sole possa esser vinto un giorno dalle tenebre e non ritorni più. Ma noi temiamo l'oscurità che viene dagli uomini. Abbiamo così scoperto la vera tenebra e, in questo secolo di inumanità, la avvertiamo più spa­ventosa di quanto poterono pensare le generazioni che ci hanno preceduto. Abbiamo paura che il bene divenga davvero impo­tente nel mondo, che a poco a poco non abbia più senso sfor­zarsi a praticare verità, purezza, giustizia, amore, perché ormai nel mondo vale la legge di chi meglio sa farsi strada a gomitate, perché il cammino del mondo dà ragione a chi è senza scrupoli, ai brutali, non ai santi. Infatti, vediamo dominare il denaro, la bomba atomica, il cinismo di coloro per i quali non esiste nulla di sacro. Sovente ci sorprendiamo in preda al timore che, alla fi­ne, non vi sia alcun senso nel caotico corso di questo mondo, e ci pare che, in definitiva, la storia del mondo non distingua altro che gli stolti e i forti... Regna la sensazione che le forze oscure aumentano, che il bene è impotente. Alla vista del mondo, ci co­glie d'improvviso quel sentimento che, in passato, le persone dovettero provare quando, in autunno e inverno, il sole sembra­va combattere la sua agonia. Vincerà, il sole, questa battaglia? Il bene otterrà senso e forza nel mondo? Nella stalla di Betlemme ci è offerto il segno che ci fa rispondere lieti: sì. Infatti, questo bambino - il Figlio unigenito di Dio - è posto come segno e ga­ranzia che, nella storia del mondo, l'ultima parola spetta a Dio, a lui che è la verità e l'amore. Questo è il senso vero del Natale: è il «giorno in cui nasce la luce invitta», il solstizio d'inverno della storia mondiale. In mezzo all'altalena di questa storia ci è data la certezza che la luce non morirà, ma tiene già nelle sue mani la vittoria finale. Il Natale allontana da noi la seconda, più grande angoscia, che nessuna fisica può disperdere, la paura per l'uomo e dell'uomo stesso. Noi possediamo la certezza divina che la luce ha già vinto nella profondità occulta della storia e che tutti i progressi del male nel mondo, per grandi che essi siano, non possono assolutamente cambiare le cose. Il solstizio invernale della storia si è irrevocabilmente verificato con la nascita del bambino di Betlemme.
Ma qualcosa sorprende certamente in questa nascita della lu­ce, in questo ingresso del bene nel mondo, e ciò potrebbe tor­nare a riempirci di un'inquietante certezza e farci chiedere se il fatto grande di cui parliamo sia realmente avvenuto lì, nella stal­la di Betlemme. Il sole è grande, magnifico e potente; nessuno può ignorare la sua annuale corsa trionfale. Il suo creatore non dovrebbe essere ancora più potente e più inconfondibile nella sua venuta? Questo sorgere del sole della storia non dovrebbe inondare il volto della terra di indicibile splendore? E invece... Quanto è misero tutto ciò di cui ci parla il vangelo! O, forse, de­v'essere proprio questa povertà, l'insignificanza per il mondo, il segno con cui il Creatore manifesta la sua presenza? A prima vi­sta, questa sembrerebbe un'idea inconcepibile. Eppure, chi ap­profondisce il mistero del governo divino, quale appare soprat­tutto negli scritti dell'antica e della nuova Alleanza, capisce sempre più chiaramente che esiste un duplice segno di Dio. Vi è, anzitutto, il segno della creazione, che, tramite la sua gran­dezza e magnificenza, ci fa presentire colui che è ancora più grande e magnifico. Ma, accanto a questo segno, si fa avanti sempre più fortemente l'altro, il segno costituito da ciò che è in­significante per il mondo: con esso Dio si afferma come total­mente altro nei confronti di tutto il mondo, per farci così capire che egli non può essere misurato con i criteri di questo mondo, che egli sta al di là di ogni sua dimensione. Forse, il miglior mo­do per comprendere questa singolare opposizione dei due se­gni, in cui Dio si afferma, e per capire la natura del secondo se­gno, del segno dell'umiltà, è quello di guardare all'opposizione che esiste tra la predicazione messianica di Giovanni Battista e la realtà messianica di Gesù stesso. Giovanni aveva descritto co­lui che doveva venire secondo le concezioni veterotestamenta­rie, in modo grandioso, come colui che pone la scure alla radice dell'umanità, come giudice pieno di collera santa e di potenza divina. Come è diverso quando viene! Egli è il Messia che non grida e non fa chiasso per le strade, che non spezza la canna in­crinata e non spegne lo stoppino dall'esile fiamma (Is 42,2s.). Giovanni aveva saputo che sarebbe stato più grande di lui, ma non aveva conosciuto la natura della sua grandezza: essa consi­ste nell'umiltà, nell'amore, nella croce, in quei valori della se­gretezza e del silenzio che Gesù stabilisce nel mondo come su­premi valori. La vera grandezza non risiede, in definitiva, nella grandezza delle dimensioni fisiche, ma in ciò che non risulta più misurabile per mezzo di esse. In verità, ciò che secondo le misu­re fisiche è grande, è solo una forma molto provvisoria di gran­dezza. In questo mondo i veri e supremi valori si presentano proprio sotto il segno dell'umiltà, della segretezza, del silenzio. Ciò che è essenzialmente grande nel mondo, ciò da cui dipende il suo destino e la sua storia, è quello che appare piccolo ai no­stri occhi. A Betlemme Dio, il quale aveva scelto come suo po­polo il piccolo e dimenticato popolo d'Israele, ha posto definiti­vamente il segno della piccolezza come distintivo essenziale del­la sua presenza in questo mondo. Ecco la decisione - la fede - della notte santa: noi lo dobbiamo accogliere in questo segno e fidarci di lui senza mormorare. Accoglierlo significa porre se stessi sotto questo segno, sotto la verità e l'amore, che sono i va­lori più alti e più simili a Dio e, al tempo stesso, i più dimenticati e più silenziosi.
Mi sia concesso, a conclusione, di narrare una storia della mi­tologia indiana, che ha presentito in maniera davvero sorpren­dente questo mistero della piccolezza divina. In uno dei miti che circondano la figura di Visnu si dice che gli dèi sarebbero stati sopraffatti dai demoni e avrebbero dovuto stare a guardarli mentre essi si dividevano tra loro il mondo. Escogitarono allora un sotterfugio: chiesero ai demoni solo tanta terra quanta il mi­nuscolo corpo nano di Visnu riusciva a coprire. Gli spiriti mali­gni acconsentirono. Una cosa però non avevano sospettato: Vi­snu, il nano, era il sacrificio che compenetrava il mondo intero e così, per mezzo suo, il mondo fu restituito agli dèi. Questo rac­conto può sembrare a qualcuno come un sogno, che, attraverso appunto la confusa prospettiva del sogno, fa sospettare la figura del reale. In effetti, è la minuscola realtà del sacrificio, dell'amo­re vicario, che alla fine si dimostra più forte di ogni potenza dei forti e che, alla fine, compenetra e trasforma il mondo con la sua misera insignificanza. Nel bambino di Betlemme, tale potenza invincibile dell'amore divino è entrata in questo mondo. Que­sto bambino è l'unica vera speranza del mondo. E noi siamo chiamati a metterci dalla sua parte; ad affidarci a Dio, il cui se­gno sono divenute la piccolezza e la bassezza. Ma, in questa notte, il nostro cuore dev'essere riempito di grande gioia, per­ché, malgrado tutte le apparenze, è e rimane vero che Cristo, il nostro salvatore, è qui.